Tassare l’allevamento perché inquina: salgono le pressioni sulla Ue

Chi faccia pressione è facile immaginarlo, perché c’è un manipolo di duri e puri del no all’allevamento che non si arrende di fronte a niente e ogni strada è quella giusta per arrivare al bersaglio grosso: contrastare l’allevamento, meglio ancora metterci la parola fine.

 

In questi giorni è un susseguirsi di rilanci, di dichiarazioni, di interviste, su quello che la Ue dovrebbe fare con chi si ostina a mangiare bistecche (e poi magari bere latte o mangiare formaggi): tassare. Tassare perché, ovviamente, la produzione animale inquina.

 

Il problema è che questi gruppi trovano orecchie attente nelle stanze che contano, un po’ per contiguità ideologica, un po’ per opportunismo: cosa c’è di meglio che additare un nemico facile e tassarlo, per fare cassa e distogliere l’attenzione da bersagli più grossi e più ostici, in termini di inquinamento?

 

Inutile farsi illusioni: la questione c’è e non la si può eludere.

 

Per l’allevamento e per chi alleva non vale la presunzione di innocenza, ma, piuttosto, la certezza di colpevolezza a prescindere.

 

Non un granché dal punto di vista giuridico, ma questo è quanto. Bello non è, ma sapendo come stanno le cose meglio non farsi illusione e attrezzarsi.

 

C’è, ovviamente, il piano politico: ogni decisione in materia di tasse dovrebbe avere una copertura politica. Ma su questo, visto come vanno le cose e come in realtà sempre più decisioni bypassano allegramente la politica grazie a tecnicismi di vario genere, non riporrei troppe speranze.

 

Sul piano tecnico però si può dare battaglia. E confutare punto per punto le accuse, a partire dall’inquinamento. Che, per le zootecnie avanzate, si riduce in continuazione (in termini di emissione climalteranti per unità di prodotto).

 

Un recente studio (che posterò più avanti) spiega come in California si siano abbassate del 45% le emissioni gassose negli ultimi 50 anni, a fronte di una produzione più che raddoppiata di latte con un carico doppio di animali.

 

Quello che serve però sono dati, ricerche, numeri per controbattere ciò che, altrimenti, diventa facile credere.

 

Serve a livello di comparto, ma serve anche a livello di singola azienda: chi conosce l’entità dell’impronta carbonica del latte o della carne che produce? Dire pochi è una cortesia, per non dire pochissimi o quasi nessuno.

 

Ma senza questi dati, come si può dimostrare che si sta facendo un percorso virtuoso? Come si possono indicare gli step successivi di miglioramento ambientale che si vogliono intraprendere?

 

Perché non ci sono alternative a fare questo percorso, ma non bisogna trovarsi nella condizione di essere virtuosi – non sarebbe la prima volta – e non saperlo dimostrare. Servono numeri e dati per poter dimostrare.

 

Aggiungo: anche per raccontare.

 

 

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