Ambientalismo ideologico e allevamento: c’è un clima che piace poco…

Tutta la faccenda del riscaldamento globale rischia di diventare seria per chi di mestiere alleva vacche da latte e trae dalla campagna buona parte degli alimenti destinati alla mandria.

Gli studi in materia non mancano, le proiezioni fanno a gara per dire questo e quello, con accenti più o meno gravi e con approcci più o meno seri.

Ma una cosa è certa: le temperature stanno crescendo. Nei millenni c’è sempre stato un elastico tra riscaldamento e raffreddamento e regolarmente si spostava verso nord o verso sud la zona temperata. Ebbene, quello che conta per noi è che adesso siamo in una fase di riscaldamento, aiutata però decisamente dalla quantità di gas climalteranti prodotti dalle attività industriali, dagli insediamenti urbani e dalle attività agricole.

Le temperature medie sono aumentate nel corso degli ultimi anni e il trend continuerà, con uno scenario per la fine del secolo che potrebbe arrivare per l’Italia a una crescita fino a 10 °C.

Vero è che di quanto accadrà su questa terra nel 2100 non sono in tantissimi quelli che saranno coinvolti direttamente in posizione verticale, ma è altrettanto vero che la crescita – se le proiezioni sono esatte, e non è detto, naturalmente – avverrà in maniera graduale e quindi gli effetti si vedranno già nei prossimi anni, come si sono visti in quelli appena passati. Certo 1-1,5°C in più nel prossimo decennio possono sembrare poca cosa, ma è altrettanto certo che aumenteranno – anzi, stanno già aumentando – i fenomeni estremi, anche sfasati dai periodi tradizionali, con picchi di calore o di freddo, siccità o inondazioni, periodi di senza piogge seguiti da periodi di piogge eccessive, grandinate devastanti in tempi non consueti.

Insomma, la situazione italiana sarà sempre meno idonea all’agricoltura come la svolgiamo ora e, ancora di più, all’allevamento da latte. La fascia ideale, climaticamente parlando, si sposterà più a nord, sempre più a nord. Le siccità e le ondate di calore che interessano ormai con regolarità anche l’Europa centrale stanno a dimostrare che il nord in questione è molto più a nord di quanto si creda.

Sicuramente bisogna prepararsi, individuando i passaggi della filiera produttiva, dalla campagna alla stalla maggiormente in crisi dal rialzo termico e da fatti climatici estremi. Le scelte colturali, le lavorazioni dei terreni, le caratteristiche delle stalle, le scelte genetiche, il management della stalla: tutto è destinato ad essere messo a dura prova ed è bene cominciare ad adattare ognuno di questi passaggi.

Imparando da chi è già ora (climaticamente parlando) come noi saremo presto. O forse già lo siamo.

Tuttavia c’è un’altra insidia legata al climate change. E direi che è un’insidia ben più grave e pericolosa per l’allevamento.

Quale?

L’ambientalismo ideologico. Che come tutte le ideologie ha i suoi dogmi, i suoi nemici, la sua inflessibilità.

Tutti gli attivisti delle brigate ambientaliste, i pretoriani della lotta al riscaldamento globale non han perso tempo a trovare il vero nemico da combattere, la vera causa del problema: l’allevamento.

Era facile prevederlo: c’è una corrente dell’ambientalismo che è legata a filo doppio con le istanze più estreme del vegetarianesimo e che, nella sua lotta senza esclusione di colpi all’allevamento ha trovato nel riscaldamento globale un argomento di facile presa.

Queste correnti di pensiero hanno complicità, simpatie e connivenze potentissime, sono padrone delle redazioni e hanno permeato organismi internazionali al più alto livello. Date un’occhiata alle prese di posizione delle varie agenzie internazionali negli anni  e troverete un percorso sempre più indirizzato verso una direzione precisa: il pianeta si salva non mangiando carne (e magari anche non bevendo latte).

Insomma, c’è un clima che piace poco, ma non è soltanto quello meteorologico.

L’ambientalismo ideologico è sicuramente una minaccia di gran lunga più insidiosa.

 

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