Allevamenti, carico animale, deiezioni e terra disponibile: serve un cambio di strategia

La questione non è simpatica, è vero, e neanche di quelle che ottengono facili consensi nel mondo allevatoriale, ma ciò non toglie che ci sia.

 

Quando si parla di sostenibilità di un sistema produttivo come quello zootecnico nelle aree più vocate la questione del nesso tra allevamento (inteso come carico animale della stalla) e terra disponibile per gli spandimenti diventa un collo di bottiglia sempre più stretto, che genera problemi adesso e ne creerà ancora di più in futuro.

 

La necessità di aumentare sempre di più i numeri di capi presenti nelle stalle per ottimizzare i costi ha creato un carico animale in certe aree che è sempre più difficile sostenere in termini di spandimenti, di carico di nitrati e di fosforo (per quest’ultimo è solo una questione di tempo).

 

La terra è poca, inutile girarci intorno. E quindi, al netto dell’ideologia che può animare certi gruppi anti allevamento (vedi la recente denuncia di Legambiente sugli spandimenti), nessuno può mettere la mano sul fuoco su fatto che le ragioni stiano tutte dalla parte di chi alleva.

 

Se l’allevamento perde il suo collegamento stretto con la terra e diventa un’entità sganciata, sarà sempre più difficile spiegare che non è un’attività “industriale”, che la cura dell’ambiente ha luogo in primis da chi coltiva e da chi alleva. Cioè, lo si può dire, ma poi è difficile essere creduti.

 

Dato che la terra non si può creare ex-novo, si deve quindi lavorare su altri fronti.

 

Ad esempio in azienda il carico animale deve essere calibrato al meglio, riducendo al minimo indispensabile la rimonta. Se poi la longevità di stalla cresce, di rimonta ne serve ancora meno.

 

Le gestione dei razionamenti deve essere mirata a contenere al minimo l’impatto ambientale delle deiezioni, e la stessa cura va posta nella gestione degli stoccaggi e degli spandimenti: trattamenti enzimatici, copertura delle fosse, sistemi di interramento immediato dei reflui ora sono l’eccezione, ma dovranno essere la regola.

 

Ma ancora non basta, se non c’è un’azione decisa a livello più ampio della singola stalla. Servono impianti consortili per la gestione dei liquami, associati a impianti di biogas, da abbinare a sistemi di denitrificazione (e magari anche di rimozione del fosforo). Cose rare, ma che già si possono vedere qua e là. Non si aumenta la terra, ma diminuisce l’azoto del liquame per ogni stalla associata e quindi si ottiene lo stesso effetto.

 

Se poi in impianti di questo tipo si aggiunge anche la gestione del separato e il suo allontanamento verso aree povere di sostanza organica, il vantaggio è ancora maggiore per le singole stalle.

 

Sia quel che sia, il problema c’è e va affrontato.

 

Prima che provvedimenti più stretti e vincolanti (la tecnologia permette ormai di controllare passo passo il movimento di ogni singola botte) sulla gestione delle deiezioni non facciano traballare certi equilibri di carta tra stalla e terra.

 

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