Dal Farm to Fork al Fork nel …beep… al Farmer è un attimo

Se pensate che sarà una cosa facile, mettete da parte questo pensiero. Lo stesso se pensate che sarà una cosa dove alla fine il buon senso prevarrà. Quando l’ideologia prende il sopravvento è la realtà, quindi il buon senso, che deve adeguarsi alla teoria. Qualche ottimo spunto lo si è avuto anche ieri nel pregevole Forum della GDO agroalimentare (qui sotto trovate la locandina dell’evento).

È talmente evidente che nell’approccio all’allevamento si sia imboccata la pericolosa strada dell’ideologia, figlia di una visione “urbana” e “satolla” della realtà, che è persino pleonastico parlarne.

Eppure questa “vision” prende quota, guadagna adepti, trova sempre più spazio dove il pensiero è costruito, plasmato, propalato. Spesso, con la scusa di fare la guerra alle fake news dei poveracci se ne costruiscono di più grandi e clamorose nei salotti esclusivi.

Uno dei nuovi dogmi imperanti è quello che gli allevamenti intensivi, diciamo anche razionali che preferisco, dovrebbero lasciare il posto a strutture più estensive, con pochi numeri, poca intensità, poca produzione. Il tutto nel nome della qualità, dell’ambiente, della salute, delle emissioni…

Andare contro i dogmi con il ragionamento è difficile. Anche se il ragionamento – anzi i ragionamenti – non fanno una piega: solo intensivizzando, ossia producendo di più per unità producente (animale, semente o quel che volete) si potranno ridurre le emissioni per unità di alimento prodotta. E solo aggiungendo tecnologia e, quindi, aumentando la cifra tecnologica delle stalle, si potranno raggiungere obiettivi di produzioni sane, abbondanti, a cifre ragionevoli, nel rispetto del benessere animale, della tracciabilità, del basso consumo di farmaci.

Questo in genere vuole il consumatore “semplice”: alimenti sicuri, tracciabili, buoni, prodotti in maniera rispettosa di ambiente e animali. Fin qui nessun problema.

Il problema nasce perché al consumatore si è sovrapposta la figura ben più pericolosa del rappresentante dei bisogni e delle domande del consumatore. Associazioni, sigle, movimenti che portano il livello della richiesta sempre più in alto, perché lo adattano passo dopo passo alla loro visione ideologica della faccenda. Una visione nella quale – mi ripeto – non c’è spazio per l’allevamento, perché non c’è spazio per l’uomo che usa gli animali per fare cibo. Questo è il traguardo finale, il resto è tattica.

Mettete in controluce e troverete questa filigrana dietro ogni richiesta, anche la più apparentemente conciliante e ragionevole, di chi chiede una “transizione” verso un nuovo modello di allevamento. Il nuovo modello di allevamento è l’allevamento chiuso. Purtroppo è una visione che ha molti ammiratori anche nelle stanze dei bottoni europei.

Il Farm to Fork della Commissione europea strizza entrambi gli occhi a questa visione ideologica, sia pure ammantato di buone intenzioni. Al punto da mostrare seri vuoti di logica, evidenti a chi mette la faccenda sul piano razionale, ma totalmente ignoti (ma davvero?) a chi ne ha fatto il nuovo totem da adorare.

 Dal Farm to Fork al Fork nel …(Beep)… al Farmer è un attimo.

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