Allevamento, animalisti: la questione va ben al di là del semplice benessere

La battaglia contro chi contesta l’allevamento è molto più insidiosa di quello che sembra e il benessere animale conta, ma fino a un certo punto.

Sapere questo non facilita le cose, ma almeno si ha chiara la situazione e certe mosse possono essere capite meglio.

Sia quelle di chi attacca sia quelle di chi da tempo è sulla difensiva, cioè il mondo dell’allevamento, costretto ogni volta a ribattere alle accuse.

Certo – e apro una parentesi – l’aver sottovalutato il ruolo della comunicazione per generare idee condivise e valorizzare quel che si fa e si produce non ha aiutato. Anzi: il deserto comunicativo ha dato spazio aperto e non presidiato a chi ha pensato bene di riempirlo con idee e “verità” opposte.

Torniamo a noi.

Perché la battaglia contro chi contesta l’allevamento è molto più insidiosa di quello che sembra e il benessere animale conta, ma fino a un certo punto? Io la vedo così e non è nel campo della zootecnia che si possono trovare le risposte, ma in quello – scusate l’azzardo – della filosofia.

Già, perché la questione (filosofica prima, culturale poi e quindi di atteggiamenti pratici, come gli acquisti al supermercato) è chiara: è venuto meno in maniera clamorosa il diritto dell’uomo a usare (esatto, usare) gli animali per produrre cibo.

Un diritto che trovava la sua giustificazione in una struttura piramidale dell’ecosistema (o del Creato, per i più temerari) nella quale l’uomo stava al vertice.

Questo ruolo, questa posizione, è stata abbattuta dal pensiero filosofico dominante. Alle certezze si è sostituito il dubbio, alla solidità di prima la fluidità di un pensiero che si adatta, fluttua, genera mille verità e nessuna verità.

Un pensiero che, sottraendo all’uomo la sua posizione privilegiata lo colloca sostanzialmente a livello paritario con gli animali: senziente tra i senzienti.

Poste determinate premesse, tutto poi avviene di conseguenza. Se a un auto parcheggiata su una salita ripida disinserite il freno a mano e anche la marcia, tutto il resto succederà senza sforzo, voi potete tranquillamente stare a guardare, magari con un certo divertimento se l’auto non è la vostra.

Ebbene, questo accade laddove si forgia il pensiero e la nuova etica: avanguardie certo, ma, come disse (forse) Napoleone: “L’intendenza seguirà”, a spiegare che un piccolo vertice definiva i nuovi equilibri, e poi sarebbe arrivato tutto il resto dell’amministrazione a definire la nuova normalità.

Siamo nella stessa situazione. Si sta affermando una nuova etica e in questa etica, in questo stabilire cosa è buono e cosa no, l’allevamento è uno dei sorvegliati speciali.

Anzi, è una entità oggettivamente “peccaminosa”, perché fa dell’uso di animali per la produzione di cibo la sua essenza. Un peccato mortale, imperdonabile per i guardiani duri e puri di questa nuova etica, che sono pochi, badate, nei loro atti a volte clamorosi. Ma nuotano in un mare culturale amato da tanti potenti, per denaro e per presa mediatica.

Del resto – domanda facile facile – che è uno dei più entusiasti sostenitori della carne sintetica?

Quindi, per finire: oggi sarà più benessere animale, e va bene; meno farmaci, e va bene; un periodo di pascolo, e va bene… Tutta roba conciliabile con la buona zootecnia e auspicabile. Ma poi ci sarà altro e altro ancora, perché l’asticella si alzerà sempre di più, fino al traguardo finale dell’azzeramento.

Quindi? Quindi non lo so. So però che la questione è molto di più di un punteggio Crenba o di un po’ di pascolo. Ci sono tanti ottimi zootecnici nel settore, ma forse sarebbe ora di mobilitare anche qualche filosofo.

Superior stabat lupus… raccontava Fedro: secondo voi il mondo zootecnico – che cerca di rispondere alle accuse che gli sono mosse – è il lupo o l’agnello?

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