La nicchia non è mai troppa

 

I numeri del Parmigiano Reggiano sono noti e indicano un percorso di crescita dell’export importante e significativo, che fa ben sperare per una crescita del comparto e del valore che esso è in grado di produrre.

 

Crescere nella capacità di esportare non è però soltanto una prerogativa di grandi gruppi o strutture importanti. Può essere un orizzonte di riferimento anche per piccole realtà, addirittura la singola azienda, che si produce il proprio formaggio nel suo caseificio.

 

Certo, non è per tutti e, altrettanto certo, è necessario avere le idee chiare su quelli che sono i passi fondamentali da compiere.

 

Dico questo avendo in mente l’esperienza di un’azienda (circa 220 bovine in lattazione e caseificazione in proprio in provincia di Parma) vista da poco che, passo dopo passo, ha saputo costruirsi un percorso di valorizzazione della propria produzione e di ampliamento dei propri orizzonti di commercializzazione, di qua e di là dell’oceano.

 

Questi, a mio avviso, i passaggi chiave.

 

Cercare la propria nicchia. Produrre Parmigiano Reggiano è importante e si è già dentro una nicchia di grande valore. Ma non basta. Servono altre nicchie, che definiscano in maniera ancora più netta l’unicità della propria produzione. In questo caso si è scelta l’unicità della razza (solo bovine di razza Bruna) e la conseguente certificazione con il marchio Disolabruna. Altro passaggio il no Ogm, cosa di cui si può pensare ciò che si vuole, ma come fattore di nicchia ha la sua importanza.

Ognuno può scegliersi la sua nicchia, l’importante è trovarla, comunicarla e farla diventare un fattore di valore aggiuntivo.

 

 

L’importanza di un proprio marchio. Una volta definita una nicchia specifica per il proprio Parmigiano Reggiano il passaggio successivo è stato quello di rendere evidente questa unicità. Lo si è fatto innanzitutto studiando un marchio importante, con un radicale rinnovo grafico rispetto al precedente, molto semplice, come spesso accade di vedere in volenterosi, ma poveri, tentativi grafici fatti in casa. Il marchio adottato ricorda più l’etichetta di un grande vino che un formaggio, almeno per quel che siamo abituati a vedere. E, proprio come l’etichetta di un grande vino è evocativo e di impatto. Indica un nome, suggerisce qualità e nobiltà e una storia che risale il tempo e le generazioni. Insomma, una cosa riuscita.

 

Basta col solito packaging. Insieme al rinnovo del marchio, altrettanta cura è stata messa al packaging. È stata superata di slancio la vecchia tradizionale confezione a triangolo, per creare qualcosa di nuovo e originale: una valigetta di grande eleganza, che sicuramente non si getta dopo l’uso, in grado di contenere più pezzi di formaggio (fino a 3 kg, ad esempio tre pezzi da 1 kg a stagionature differenti). Una confezione che accompagna e rafforza l’immagine di qualità (e anche esclusività) del prodotto che contiene.

 

Costruire e consolidare la clientela. Un posto importante, a questo riguardo, è stato occupato dai gruppi di acquisto, grazie ai quali è possibile accedere a decine, se non centinaia, di utenti in un colpo solo, con il vantaggio non trascurabile di avere pagamenti sicuri e gestiti con un unico referente. Da qui, con il passa-parola, un prodotto adeguato e un sito internet efficace, le possibilità di avere una moltiplicazione dei contatti (e della clientela) non sono da trascurare.

Altro passaggio importante – e in questo il disporre di un packaging così alettante è sicuramente di aiuto – è l’essersi inseriti nel circuito dei regali aziendali per dipendenti o clienti all’ottenimento di un certo traguardo. Altre occasioni per diffondere il proprio prodotto e il proprio marchio, con possibilità non trascurabili di avere dei ritorni.

 

Lavorare sull’estero. All’estero si lavorava dapprima con il solo grossista, e tuttora lo si fa, ma anche in questo caso è stato possibile sganciarsi in misura crescente, allargando la parte della vendita diretta. Per vendere in questi mercati servono dettagli che sono alla portata di buona parte delle aziende: una storia antica, una lunga tradizione famigliare, un’immagine che colpisce il compratore estero, specialmente quello americano. Tutti elementi che si traducono in valore finale, tanto più che qui ci aggiungono altro: visite in azienda e nel caseificio, con la possibilità di firmare la forma di formaggio che arriverà poi nel negozio due anni dopo. Altre iniziative coinvolgono gruppi di turisti con chef e responsabili di punti vendita, in viaggio in Italia, che includono nel loro percorso una visita all’azienda.

 

Un sito internet comunicativo. Inutile dire che tutto questo non potrebbe esserci senza un sito internet ben curato ed efficace che fa da biglietto da visita dell’azienda nel mondo e attraverso il quale arrivano ordini e si tengono contatti. Ma dietro a un sito internet, ancorché gradevole e funzionale, deve esserci un’organizzazione del lavoro in grado di assecondare le richieste che arrivano dalla clientela (dal sito, ma anche da più tradizionali telefonate o dalle viste allo spaccio). Per questo è stato adeguato e ingrandito il centro di taglio e confezionamento collegato allo spaccio per le vendite e le spedizioni.

 

Una gamma di stagionature da proporre. Altro impegno che si sta portando avanti è quello di allargare le referenze offerte. In particolare con una proposta di formaggi a differente stagionatura. A questo riguardo cresce la richiesta di prodotto con un tempo di stagionatura maggiore: 24, 36, 48 mesi. È un fattore interessante perché permette prezzi un po’ più alti e meno suscettibili a oscillazioni rispetto a formaggi più giovani.

 

Detto ciò, è ovvio che non sia facile come sembra. Tuttavia se ci si convince che il saper fare è importante come il far sapere si è già sulla strada buona. Chi fa un formaggio come il Parmigiano Reggiano (ma la cosa può valere anche per altri formaggi nobili) non può che avere il mondo come obiettivo. E deve attrezzarsi alla bisogna.

 

 

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