Il latte e i rischi della retorica

Premessa doverosa: siamo tutti sulla stessa barca e questa barca deve stare a galla meglio possibile.

 

Però, dato che questo Blog è un momento di riflessione e di condivisione di spunti anche critici, vorrei condividere con voi un pensiero che non sarà probabilmente apprezzato da molti, ma – ricordando la premessa – trovo doveroso comunque esporre.

 

La retorica è, in generale, un brutto cliente. E’ una passata di melassa appiccicosa che nasconde la realtà e la trasforma in qualcosa  d’altro.

 

E anche il mondo di chi produce latte non è immune da questo rischio.

 

Un esempio?

 

Dire che il consumatore deve consumare latte italiano perché è italiano. Punto. Lasciando intendere che tutto il resto è schifezza.

 

Andiamo, chi può mai crederlo? Così come poco credibile è dire che tutto il latte fatto in Italia è eccellente.

 

Sicuri?

 

A seguire l’altra generosa passata di retorica sul fatto che l’allevatore sia una sorta di eroe solo contro il mondo, immune da colpe per il solo fatto di essere un allevatore e sempre condannato da entità esterne ostili che lo schiacciano e lo privano del suo dovuto.

 

Certo, produce latte, una materia prima nobile, nobilissima, e se non ci fossero allevatori non ci sarebbe latte sulle tavole. Ma se non ci fossero le aziende trasformatrici? Se non ci fosse la logistica? Se non ci fosse il marketing? Se non ci fosse chi è in grado di vendere grandi volumi in Italia e all’estero?

 

Questo per dire che chi produce materie prime è un segmento di una filiera e il fatto di essere all’inizio non lo rende più indispensabile di altri, anche se è bello dirselo.

 

Anzi, in ogni filiera il valore si sposta sempre di più da monte a valle. Cosa significa? Che se sei un semplice produttore di materia prima – singolo o associato – e non riesci a occupare segmenti contigui della filiera, meglio ancora fino ad arrivare alla vendita, il valore ti scivolerà sempre più dalle mani per andare altrove.

 

Certo, non sarebbe così se ci fosse meno prodotto di quanto richiesto, ma la realtà è esattamente all’opposto. E non basta chiudere la frontiere, o la toppa si rivelerebbe peggio del buco.

 

E non è tutto. Perché se poi la materia prima che alimenta una filiera è poco o per niente differenziata la debolezza di chi sta alla base è ancora maggiore.

 

La bandiera tricolore non basta: il latte italiano dovrebbe realmente essere differente dal resto del latte commodity per sfuggire a questa logica.

 

Laddove è così la situazione è differente.

 

La retorica che si spande a piene mani ora è in qualche modo obbligata; ci sono tanti eroi, è vero, ma attenzione a non sopravvalutarci. In questi giorni gli eroi sono soprattutto altri.

 

Però c’è il rischio che, a furia di ripetercelo, ci si convinca ancora di più – come è sempre stato – che basti fare latte, il più possibile, senza preoccuparsi di quello che accade oltre il cancello della stalla, delegando sempre, e che il ritiro del medesimo sia un fatto sganciato da logiche di mercato, nazionali e internazionali.

 

Il che sarebbe bello, ma nella realtà non è così.

 

Quindi, va bene l’italianità, l’eroe che produce cibo, i mille nemici esterni che combattono contro. Bella immagine romantica, ma per per capire la realtà, per creare le premesse per non ritrovarsi sempre al punto di prima, meglio guardare le cose sfilandosi gli occhiali della retorica e lavorare sulla realtà.

 

Per cambiarla, anziché subirla a ogni crisi.

 

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