Azienda famigliare: la più resiliente, ma fino a un certo punto

Azienda famigliare, investimenti, cambio generazionale, liquidazione del socio che lascia, liquidità necessaria, tanta e tutta in una volta.

Se non ci sono dubbi che la dimensione famigliare è quella più adatta a resistere a sfide importanti e improvvise, è anche vero che la situazione attuale mette in luce altri aspetti assolutamente problematici.

Dei tanti nodi venuti al pettine in questa crisi sistemica che si sta dipanando sotto i nostri occhi, e in riferimento alla quale nessuno sa esattamente quali saranno i nuovi scenari in cui ci troveremo ad agire, uno è sicuramente quello della tenuta delle aziende.

Si diceva che la dimensione famigliare ha una sua forza che la può rendere più resistente, capace di far passare la burrasca senza danni irreparabili.

Ma anche all’interno della dimensione famigliare, le situazioni sono differenti, con criticità spesso estremamente rigide. Ci sono necessità imprescindibili per tenere i giovani in stalla, lo dicevamo già in altre occasioni. In cima l’investimento tecnologico. Che aumenta l’appeal della stalla, accresce il valore percepito della propria attiviotà, migliora la gestione, aumenta l’efficicenza.

Tuttavia l’investimento ha un costo importante e anche nella grande pioggia degli incentivi del presente e dell’immediato futuro, una parte notevole di costo resta sulle spalle dell’azienda. Con un pericolo a latere, non solo finanziario ma anche tecnico: fare l’investimento sulla spinta emotiva, legata alla disponibilità ora, ma domani chissà, di un generoso incentivo. Generoso ma, come detto, da integrare.

Non basta: in tante realtà il cambio generazionale si accompagna alla necessità di liquidare soci che lasciano la stalla. Magari, tra i fratelli della fondazione, quelli che non hanno figli interessati a proseguire.

Anche qui servono soldi, che spostano pericolosamente l’asse di equilibrio finanziario di un’azienda. Tanto più se la questione si sovrappone a quella dell’investimento tecncologico.

Aggiunegere infine che sull’argomento del cambio generazionale in una azienda famigliare, e alle sue mille dinamiche, poco o nulla si è detto fino ad ora. Con il rischio di ignorare un problema che è rimasto in potenza, per poi manifestarsi improsvvisamente ora in tutta la sua pesantezza.

Che fare? Sicuramente ragionare a freddo e con l’aiuto di validi consulenti su quali sono le necessità reali di aggiornamento tecnologico della azienda, per mettere soldi (pubblici, certo, ma anche i propri) dove realmente è più necessario, per colmare in primis quel deficit che incide più di altri sulla efficicenza.

In genere questo è più facile e meno cruento di certe trattative in famiglia quando si divide ciò che era unito.

Avere un aiuto finanziario pubblico anche per facilitare i passaggi e le liquidazioni di soci sarebbe poi essere un fatto importante. Come fosse un investimento su altri versanti.

Se è vero – come è vero – che l’azienda famigliare è quella più resiliente – per usare un termine in gran voga – aiutarla affinchè si mantenga come asse portante della nostra zootecnia (che a sua volta sostiene un mondo industriale e commerciale) dovrebbe essere importante quanto immetterci tecnologia 4.0 sovvenzionata.

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