E se cominciassimo a pensare di più al benessere vegetale, oltre che a quello animale?

Diciamolo: sul benessere animale ormai è un bombardamento continuo. Non c’è cosa che si faccia, articolo che si legga, ragionamento che venga proposto, nel quale prima o poi non faccia capolino il benessere animale.

Giusto, giustissimo.

Sul benessere animale ogni investimento rende, in termini di immagine e anche di sostanza.

Inutile ricordare che, laddove questi dati ci sono, si vede un andamento collegato tra livello di benessere animale e consumo di farmaci: più alto il primo, più basso il secondo. Quindi animali più sani, produttivi eccetera eccetera.

Tuttavia c’è una questione che poco viene considerata, ma che dovrà pure essere presa nella considerazione che merita: il benessere vegetale. Non che ci siano (ancora) paladini del benessere della medica o del mais o dell’orzo che predicano la loro liberazione dalle catene della schiavitù e dello sfruttamento dell’agricoltore cattivo. No, per ora non se ne vedono all’orizzonte.

Tuttavia la questione è importante, e va nella direzione – serissima – della sostenibilità ambientale e anche economica delle produzioni zootecniche. Sulla campagna bisogna concentrare maggiormente l’attenzione e gli sforzi e, anche qui, passare da una logica quantitativa a una qualitativa. Non si deve fare massa, si devono portare a casa nutrienti. 

Si deve portare a casa fibra digeribile, di valore, non lignina.

Addirittura si potrebbe cominciare a considerare come base di ogni ragionamento la produzione in latte o formaggio di un ettaro di terra.

E, come per le stalle quando c’è benessere aumentano i risultati, anche in campagna è la stessa cosa. Tanto più ora, con cambiamenti climatici, ondate di calore, siccità prolungate, certi schemi storici vanno ripensati, a partire da colture, scelte foraggere, varietà. E poi ci sono le lavorazioni dei terreni, i locali di stoccaggio, la accuratezza del parco macchine, gestione delle fertilizzazioni e degli spandimenti.

La quantità e la qualità dei nutrienti che si possono produrre dipende da tutto questo e dipende dalla capacità di capire quali sono le scelte migliori per ogni situazione. Quelle che, garantendo il massimo benessere vegetale, porteranno anche alla massima resa in latte o formaggio.

La campagna – questo il succo della faccenda – non può più essere la sorella povera della stalla. Perché deve dare il massimo possibile di nutrienti, ma anche perché attraverso le coltivazioni si porta avanti una cura del territorio che è un grande argomento da comunicare al consumatore, che è anche il primo fruitore di un territorio ben tenuto.

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2 Commenti

  • Nell’apparente semplicità di queste considerazioni c’è una verità assolutamente non banale,parafrasando un detto popolare, mi viene da dire che prima di andare sulla luna bisogna guardare a terra,…è un cambio di paradigmi sostanziale.
    Spesso abbiamo una certa arroganza nell’affrontare argomenti che mettono in discussione il passato,che a guardarci bene è un passato fatto da pochi decenni, nulla rispetto a quello che la natura ci insegna da un percorso evolutivo che dura da millenni.
    Ben venga un cambio di atteggiamento e di paradigmi accompagnato da ciò che la natura è l’intuito e l’intelligenza umana ci mettono a disposizione.
    Oggi le biotecnologie sono una straordinaria opportunità per uscire dal vicolo cieco imboccato pochi decenni fa con chimica e pesticidi
    I vegetali nella loro posizione immobile hanno sviluppato attraverso composti vegetali naturali efiicaci ed evoluti come i polifenoli, la capacità di difendersi ed allo stesso tempo aiutare il genere umano a difendersi.
    Attraverso scelte consapevoli, diamo alla natura immobile la possibilità di difendersi e di difenderci.
    Il progresso umano è imprescindibilmente legato ad una mutua collaborazione/cooperazione con la natura.
    Davide Ferronato

  • Con politici che devono decidere per l agricoltura ma non sanno niente di essa cosa pretendiamo di andare dove parlano di buone pratiche agronomiche già successo di non potere spargere liquame quando i terreni lo permettono dopo finisce lo stop si mette e piovere e noi siamo costretti a fare disastri incentivano la minima lavorazione dei terreni ma se prima bisogna dare il totale per fare morire l erba se no parte prima della sem ente è buona pratica agronomica questa? Il continuo rincorrere ad abbassare i costi di sicuro non aiuta a fare le cose fatte bene il consumatore vuole tante cose sono anche d accordo però se non è disposto pagare i prodotti i giusto prezzo noi dobbiamo fare i miracoli? Saremmo contenti anche noi far fare meno latte alle nostre vacche ma siamo costretti a mungerle il più possibile

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