Bisogna mettere fieno in cascina…

Sono i giorni in cui si combatte la “battaglia del fieno” e una cosa è certa: serve più fieno.

Serve più fieno perché i ruminanti devono ruminare e un ruminante che rumina tanto e bene è in genere un ruminante in buona salute che avrà bisogno di meno farmaci nella sua carriera produttiva.

Serve più fieno perché è un alimento che utilizzano solo gli erbivori e i ruminanti, perché è un punto qualificante di protocolli di produzione ancorati al territorio locale e rispettosi dell’ambiente.

Protocolli e disciplinari vecchi e nuovi in vario grado, strizzano sempre più l’occhiolino al fieno (e al fieno locale, non purchessia) e il fieno è diventato anche una sorta di suggello di qualità nel marketing sempre più citato: tanto fieno, buono; poco fieno, cattivo. Solo fieno? Eccellente.

Non dico che sia coretto in punta di scienza, ma è questo il messaggio semplificato che il pigro consumatore va ruminando (per stare in tema) .

Serve più fieno, dunque, ma deve essere un fieno di massima qualità per la sua digeribilità, il suo contenuto energetico e proteico.

L’imperativo dei prossimi anni sarà avere la massima quantità, ma anche e soprattutto la massima qualità di fieno prodotto.

E non sarà facile, perché l’andamento climatico, che è sempre stato un punto interrogativo su quantità e qualità del fieno prodotto, non aiuta.

E’ sempre stato un’incognita in passato, figuriamoci con le stagioni attuali, dove ci si può aspettare periodi di siccità prolungata e calore fuori norma, ma anche piogge prolungate e devastanti…

Tutti fattori che rendono le finestre di taglio ed essiccazione in campo critiche e imprevedibili, e che possono condurre a una drastica riduzione della qualità e della quantità prodotta.

Al di là di ogni considerazione sul miglioramento agronomico delle specie foraggere presenti, che è sacrosanto, la via dell’essiccazione artificiale diventa, a mio avviso, una via di miglioramento aziendale strategica.

Si riducono i tempi di taglio e raccolta, creando finestre di opportunità che altrimenti non ci sarebbero; si possono anticipare i tagli, ottenendo un prodotto più digeribile e ricco; si possono recuperare le produzioni di fine estate-inizio autunno, quando le piogge rimettono in pista prati stremati dalla sete appena patita, tagli che non potrebbero essere affienati naturalmente.

Insomma, è uno dei casi in cui quantità e qualità viaggiano nella stessa direzione, anziché andare in senso inverso.

Certo un essiccatoio è un investimento importante e ha dei costi di acquisto prima e di funzionamento poi, ma ci sono soluzioni a bassi consumi che vale la pena di investigare.

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