Benessere animale: attenzione al tecnicismo delle certificazioni

“Siamo davvero sicuri che il consumatore sia adeguatamente preparato per capire cosa ci sta dietro una certificazione? Non dobbiamo mai scordare che la nostra controparte, il consumatore appunto, ha una visione bucolica dell’agricoltura e dell’allevamento. Ha una mentalità da cittadino, ignora quasi completamente come funziona un’azienda, ha in mente Heidi e la caprette felici”.

 

A dire così è un allevatore, ma non un allevatore qualunque, bensì un allevatore che nel tempo è diventato anche un piccolo industriale della trasformazione: partito dallo yogurt ora produce e vende, con un suo marchio: latte fresco, yogurt, gelato e una vasta gamma di formaggi, trasformando tutto il latte prodotto dalla sua stalla di poco più di 300 vacche, suddivise tra frisone e jersey.

 

Questo allevatore, anche grazie all’esperienza fatta in anni e anni di costruzione e crescita dell’attività della sua azienda, ha maturato varie convinzioni.

 

Quella sulle certificazioni è una di queste.

 

Con un aneddoto.

 

In passato produceva ogm free certificato, con tanto di bollo sull’etichetta. Per problemi di vario genere legati soprattutto alla sicurezza sulla soia, che pure era certificata (ma si sa che non sempre questo significa essere davvero sicuri e tranquilli), si è levato dal circuito. Di conseguenza è sparito dalle etichette il bollo legato all’ogm free. Ebbene, sapete quanti hanno telefonato per chiedere il motivo? Solo una persona, su una clientela – dati i volumi – sicuramente annoverabile in migliaia di soggetti. E le quantità vendute? Rimaste identiche.

 

Insomma: evidentemente non era poi così vero che avere quel marchio faceva la differenza.

 

Certo, qualche anno fa era considerato quasi un obbligo, e di fatto un po’ lo era. Ma che abbia tutta questa forza di persuasione sul consumatore… Questo non è poi così sicuro.

 

E passiamo al benessere animale.

 

Anche qui siamo in una fase dove la certificazione, il bollino, stanno diventando indispensabili. Nessuno contesta in benessere animale, ovviamente, ma attenzione a caricare la certificazione, il “bollino”, di chissà quali proprietà nell’orientare gli acquisti del consumatore, mi spiega.

 

Addirittura – continua – potrebbe diventare un boomerang, proprio perché ci si rivolge a consumatori che non hanno alcuna nozione tecnica, con un’idea di benessere animale figlia del cartone animato di Heidi più che delle schede del CReNBa. E che, proprio per questo, potrebbero rimanere sconcertati nel vedere che in una stalla ad elevato punteggio di benessere non c’è nulla dell’effetto Heidi che cercavano e pensavano di trovare, perché così erano indotti a credere dalla certificazione.

 

Analogo comportamento per il consumo di antibiotici in stalla.

Che qui è bassissimo grazie a un costante impegno in tal senso, ma che nell’etichetta non si cita.

 

“Perché si potrebbe generare un equivoco, comunicando un messaggio opposto a quello che si desidera: se dici che usi pochi antibiotici in stalla tu pensi di dare un messaggio estremamente positivo – ed è così – ma il consumatore lo può interpretare in maniera differente, enfatizzando il fatto che comunque si usano antibiotici”.

 

Ripete per ancora una volta che il consumatore a cui ci si rivolge non sa nulla o quasi nulla sul mondo dell’allevamento. Trascurare questo passaggio chiave porta a compiere errori di marketing e comunicazione macroscopici. 

 

Quindi, per tirare le fila del ragionamento?

 

Quindi più delle tante certificazioni e dei “bollini” esposti, per vendere vale di più essere una stalla aperta, sia fisicamente, sia sui social, che il consumatore può raggiungere incuriosito dalle suggestioni dell’etichetta e del marchio. Mostrare quello che si è al consumatore, comunicare continuamente le proprie caratteristiche, come si lavora, i propri prodotti, le proprie peculiarità, le differenze che rendono unici i propri prodotti, le scelte fatte, i programmi futuri. Accompagnarlo, coinvolgerlo, farlo sentire a casa.

 

Essere un po’ come una paziente maestra che piano piano insegna al piccolo a leggere e a scrivere.

 

Il consumatore, quanto a benessere animale e tutto il resto, è tecnicamente analfabeta, non dimentichiamolo.

I maestri di pensiero che guidano questi dibattiti sono personaggi che hanno estrazioni culturali e formazioni spesso lontanissime da questo mondo.

 

I bollini servono, le certificazioni servono, ma pensare che da soli facciano presa sul consumatore finale e ne guidino le scelte è come pensare di dare da leggere un romanzo a chi ha appena imparato l’alfabeto.

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