Chi ci crede veramente al sito internet dell’azienda?

Serve proprio un sito internet? Magari non oggi, magari non domani, ma dopodomani sì. Cominciare a comunicare è una scelta che si può fare subito. E non mi riferisco al grande tema della comunicazione che il settore della produzione di latte e altri alimenti di origine animale deve fare per dare forza alle sue ragioni. No, mi riferisco alla comunicazione che deve fare ogni azienda.

Perché ogni azienda, in quanto attività che impatta con la realtà economica, sociale, ambientale in cui è collocata ha anche un dovere di comunicare ciò che è, ciò che fa, ciò che ha in mente di fare.

È un dovere, perché questi tempi sono tempi di comunicazione continua, di tutti che sanno tutto di tutti. Restare fuori da questo circo? Scendere da questa giostra? Certo che si può fare, ma è sconsigliabile per un’azienda che, alla fin fine, deve vendere ciò che produce e coloro a cui comunica, direttamente o indirettamente, sono suoi possibili acquirenti.

Non comunicare? Per quanto strano possa sembrare è esso pure un modo di comunicare: comunicare che non si ha niente da dire (e da obiettare) rispetto a ciò che altri dicono per noi.

Vale anche per una stalla? Assolutamente. Anzi, forse vale anche di più. Perché c’è un ritardo da recuperare e c’è tutta una platea da soggetti che ignora totalmente cosa sia questo mondo.

E, attenzione: secondo me, nella sua maggioranza, non ha nemmeno tutta questa voglia di conoscerlo nei suoi tecnicismi, quelli che mandano in brodo di giuggiole gli addetti ai lavori. Sta a chi comunica – e deve farlo per portare avanti i suoi legittimi interessi – farlo in modo da rendersi attraente, accattivante e attirare così il cono di luce dell’attenzione.

E arriviamo al sito internet aziendale. È uno snodo strategico, sottovalutato nella maggior parte dei casi. Da qui l’azienda si mostra, dice chi è, cosa fa, quali sono i suoi obiettivi, propone storie, costruisce un’immagine, offre stimoli, annuncia iniziative, crea (vorrei dire orienta) una opinione positiva verso di essa.

Certo, ci sono i social, ma quelli sono un moltiplicatore di piccole schegge, alla base deve esserci la solidità di un sito ben fatto. 

Ben fatto non significa soltanto graficamente bello e accattivante. Il sito è una scatola, va riempita in continuo con cose nuove e diverse. Con costanza, metodo, continuità. Serve una visione chiara di cosa comunicare, come, quando, con quali termini, quali tempi, quali forme, quali storie.

Non tutte le immagini hanno lo stesso impatto e, dato che tutto ciò che pubblichiamo comunica qualche cosa, di noi o della nostra attività, il rischio spesso è quello di pensare di dire questo e invece far capire altro. Non mi riferisco alla comunicazione tra addetti ai lavori, ripeto: ma di comunicazione rivolta al potenziale consumatore, quello che dice “mucca” e non si pone nemmeno il problema del perché dovrebbe chiamarla diversamente. 

Per dirla tutta: un sito utile è un investimento che richiede tempo, professionalità e ha un costo da considerare. Soprattutto, la complessità della giostra, della calci-in-culo su cui tutti ruotiamo vorticosamente, è diventata tale da richiedere capacità sempre più definite e specifiche e anche un modo di ragionare non da addetti ai lavori, che sappia individuare chiavi differenti con cui proporre i contenuti.

Del resto non fa problema pagare un veterinario o un nutrizionista, perché giustamente si sa che senza professionisti capaci in questi ambiti va tutto a rotoli. 

Varrà anche per chi gestisce la comunicazione dell’azienda? In altri settori produttivi una domanda del genere sarebbe considerata bizzarra. 

Immagine tratte da Pixabay

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