Colza, se non ora quando?

Ci sono momenti di svolta in tante attività, spesso determinati da circostanze esterne che indirizzano la questione su nuovi binari.

Come mi spiegava un amico veterinario incontrato nella recente Fiera di Cremona, questo potrebbe essere il momento buono per rompere gli indugi riguardo a una proteaginosa che, rispetto alla soia, nella situazione attuale presenta tanti vantaggi. Si parla di colza, appunto.

Innanzitutto, la possibilità di togliere soia alle razioni, soia che ha costi altissimi, ma non solo. Ad esempio è gravata da un carico pesante in termini ambientali, per il fatto di arrivare dall’altra parte del mondo (e per giunta speso da aree disboscate) e questo pesa assai quando si fanno i conti sulle impronte ambientali della produzione zootecnica.

Altro vantaggio: la possibilità di incrementare sensibilmente l’autoproduzione proteica, elemento sensibile per un Made in Italy che, se si va a guardare nelle razioni, ha molto mais e molta soia che nel Belpaese ci sono arrivati solo dopo lunghi viaggi in nave.

E poi il suo profilo aminoacidico si integrerebbe benissimo con la soia, che rimarrebbe in razione, ovviamente, ma a quantitativi decisamente più ridotti.

Infine il ruolo nelle rotazioni, tema agronomico tornato centrale dopo i decenni di monocolture come via maestra.

E le paure del passato? Niente a che vedere tra colza del passato e colza attuale: infatti le varietà attualmente in produzione sono caratterizzate da assenza di acido erucico e da un basso contenuto di glucosinolati.

Insomma, tante ragioni a favore per bussare di nuovo anche alle porte dei Disciplinari delle Dop.

Senza trascurare, ovviamente, un aspetto ancora più importante, dati i tempi: considerando che c’è chi dice “il” colza e c’è chi dice “la” colza, siamo di fronte a una fluidità di genere di grandissima modernità.

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1 Commento

  • Tutto è opinabile, ma il commento finale è centrato
    Un saluto

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