Come andrà a finire? Ma qualcosa bisogna pur fare…

Nessuno – credo proprio nessuno – può dire di avere le idee chiare su come andrà a finire.

Vale in senso generale, e vale ovviamente per il settore dell’allevamento. Si è creata una tenaglia di situazioni negative che stringe in una morsa ogni realtà produttiva, anche per la più virtuosa, quella che nei grafici sull’efficienza e la capacità di generare margini era posiziona nella parte virtuosa.

Si è aperta infatti una crisi sistemica i cui effetti sono ancora tutti da decifrare in quelli che saranno i loro effetti a breve, medio e lungo periodo.

La guerra in corso tra Russia e Ucraina ha chiuso – o potrebbe chiudere – uno dei rubinetti strategici delle nostre importazioni di cereali, soia e mais. Lo scenario è facile da prevedere: minore prodotto sul mercato, competizione tra gli operatori per averlo, speculazione finanziaria che mette il turbo.

In considerazione della grave dipendenza dalle importazioni del nostro Paese, si possono prevedere prezzi fuori da ogni immaginazione fino a poco tempo fa. Senza trascurare la possibilità che addirittura scarseggi il prodotto, anche per chi sarebbe coperto in teoria da contratti lunghi. Insomma, un incubo per mangimifici e per allevamenti.

Stesse considerazioni e stessa allegria riguarda il capitolo fertilizzanti: già c’è stato un assaggio, il rischio è che il peggio debba ancora arrivare, per prezzi e disponibilità di prodotto.

Sui costi energetici poi l’incubo non ha, all’orizzonte, motivi per immaginarne la fine.

Che fare? Intendo, a livello aziendale, perché è chiaro che mai come ora sia necessario che tutta la filiera capisca che il mondo della produzione è realmente a rischio di decimazione delle stalle. E si trovino modalità di sostegno economico al prezzo del latte capaci di dare ossigeno.

Mi chiedete se ci credo a questo? No, credo che non succederà nulla. Sono tempi difficili anche per gli altri segmenti della filiera e, come su una nave scossa dal fortunale, si guardano le scialuppe con un certo nervosismo e si fa il conto di chi e come riuscirà a trovarci posto.

Quindi? Si può fare qualcosa ancora in stalla? Come contributo (parziale e ovviamente opinabile) vorrei mettere in fila alcune considerazioni sul da farsi.

Certo, tagliare (con oculatezza) ogni costo improduttivo e cercare ancora più furiosamente l’efficienza aziendale andando ad esaminare ogni centro di costo, per capire dove può annidarsi qualche residua diseconomia.

L’equilibrio con il terreno a disposizione sarà fondamentale per avvicinarsi quanto più possibile all’autosufficienza alimentare, ad esempio. Tutto ciò che è acquisto esterno per la mangiatoia è sempre più zavorra per chi già nuota a fatica.

E sugli acquisti meglio associarsi, abbandonare individualismi e cominciare a percorrere con più decisione la via degli acquisti collettivi.

A livello di stalla servono meno animali da alimentare, non ci si scappa. Meno rimonta, ad esempio e anche meno capi in mungitura e un occhio più ai titoli che alle quantità da record. Un taglio che risponda alle necessità di una stalla dove il tasso di sostituzione degli animali non sia però quello medio attuale: servono vacche che facciano più lattazioni. Quindi meno rimonta da allevare e più incroci da carne da vendere.

Servono anche animali sani, perché il costo sanitario è destinato a diventare un lusso. Infertilità, mastiti, dismetabolie, problemi podali non si possono certo eliminare, ma i numeri delle stalle migliori devono diventare quelli di ogni stalla.

Il valore fertilizzante delle deiezioni diventa strategico. Da qui l’obbligatorietà di farne il perno delle strategie di campagna. Stoccaggi e modalità di spandimento sono passaggi chiave per non sprecare risorse.

C’è però una buona notizia: la stalla che emerge da questo percorso è quella più in linea con ciò che da tempo è chiesto all’allevamento: biosicurezza, benessere animale, basso impatto ambientale, minimo input di antibiotici.

A questi lidi ci si arriva inevitabilmente: stalle con meno animali sono stalle dove c’è più spazio, più benessere, minori rischi sanitari. A maggior ragione se si punta a tutti gli accorgimenti di gestione e di selezione per aumentare la sanità della mandria e la durata in stalla delle bovine. Magari con qualche vacca in meno nella mandria in lattazione se questo serve per avere più benessere e più sanità.

C’è dell’altro. All’orizzonte si delinea una diminuzione della quantità di latte globale prodotta, perché soprattutto il costo per l’alimentazione andrà in tante stalle a limare verso il basso le produzioni. Meno latte quindi sul mercato nel prossimo futuro, il che è inevitabilmente un fattore di spinta verso l’alto del prezzo.

Arrivare a questo appuntamento potendo vendere insieme al latte anche il percorso intrapreso – e dimostrando cosa si è fatto e si farà in tal senso – per avere una stalla “sostenibile” (che, come detto, è anche la conseguenza automatica di tutti gli sforzi per renderla più sostenibile anche economicamente in questo scenario) potrebbe essere una buona mossa di marketing.

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1 Commento

  • Perché noi agricoli siamo famosi per farci male con le nostre mani! Sarebbe bastato applicare alla lettera la direttiva nitrati/170 unità azoto ettaro e saremmo qui a pensare come goderci la vita!

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