Esperienza sensoriale più che alimento

Esperienza sensoriale e non semplicemente alimento, cambiamento rapido dello scenario di riferimento, scegliere cosa si vuole produrre, per chi e come, recuperare valore arricchendo il prodotto di narrazione, conquistare la fascia dei consumatori più giovani, non aver paura di confrontarsi con chi critica l’allevamento e anche assecondare alcune loro richieste, rivedere certe convinzioni e certe procedure, pensare seriamente a cosa succede dopo il cancello della stalla per il latte che viene prodotto. 

Decisamente non è stata una Serata Steaming Up priva di spunti quella di ieri sera, e il merito va dato senza dubbio ad Alessandro Fantini, con il quale la chiacchierata è stata ricca di spunti di estremo interesse.

Inutile cercare di sintetizzare, la cosa migliore è ascoltare la registrazione, cosa che potete fare tranquillamente cliccando qui oppure cliccando qui.

Tuttavia vorrei riprendere velocemente solo alcuni flash.

  1. Non si produce più (solo) un alimento, ma una esperienza sensoriale. Il semplice alimento, quello che può essere fatto con un onesto latte commodity, non è in grado di produrre il valore aggiunto desiderato. Ma se si produce un’esperienza sensoriale serve un racconto, una narrazione, una ricchezza di valori immateriali per il latte che si produce. Vanno trovati, sintetizzati, raccontati, “venduti”. Anche partendo da ciò che è diventato un comune sentire: sostenibilità, benessere animale, consumo di farmaci.
  2. Non si può semplicemente produrre latte senza preoccuparsi per cosa esso verrà utilizzato. Bisogna produrre un latte che vada incontro alle necessità di chi quel latte lo trasformerà e venderà. Scegliere un indirizzo e lavorare per essere i migliori in quella produzione. Sapendo che è in atto una polverizzazione dei gusti, delle richieste del consumatore e questo si riflette inevitabilmente su chi produce la materia prima. Più questa è adatta e specifica, più ha valore e meno è una commodity.
  3. Serve unione. Le sfide sono impegnative e la singola azienda va in difficoltà. Unire gli sforzi tra aziende con identici obiettivi, trovare punti di convergenza con chi ritira il latte per impostare progetti di filiera comuni, essere maggiormente presenti nella fase di trasformazione e commercializzazione… Tutte azioni necessarie.
  4. Comunicare, comunicare, comunicare. Sapendo che non tutto e non sempre ciò che si è e ciò che si fa è “giocabile” al tavolo della narrazione. Qui sta la sfida difficile, perché si parte quasi da zero. E, aggiungo, a volte quando il settore comunica tocca più le corde emotive di chi produce (una sorta di autocompiacimento: siamo bravi, siamo appassionati, siamo tecnologici, siamo incompresi, siamo attaccati, come puoi tu consumatore criticarci?) rispetto a quelle di chi compra (o dovrebbe comprare). Il quale (intendo, “il quale” pagante un po’ di più e un po’ meglio), per tornare all’inizio, più che un alimento cerca un’esperienza sensoriale, con tutto quel che ne consegue.

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