In Olanda prove tecniche di riduzione forzata (con travestimento ambientalista)

In Olanda la situazione è caldissima, con agricoltori e allevatori che stanno bloccando strade e autostrade e manifestando contro le misure del governo che ha predisposto un drastico piano di contenimento delle emissioni da parte del settore agricolo.

Fonti ministeriali si aspettano da questo piano che entro il 2030 potrebbe scomparire un terzo delle aziende olandesi, il che dà la misura di due cose: la dimensione abnorme del provvedimento e la nonchalance con cui chi maneggia il tema dell’ambiente (sempre più ridotto a ideologia) e considera come evento accettabile la disperazione di tutti coloro da questo freddo piano governativo saranno colpiti.

Ma non solo.

Quel che sta succedendo in Olanda insegna molte cose ed è una lezione importante perché anticipatore di tendenze che interesseranno, prima o poi, tutti. Perché si parte dalla delegittimazione e si arriva alla polizia.

Provo a metterle in fila, ovviamente senza pretesa di esattezza, ma solo come pensiero personale ovviamente opinabile.

La questione del riscaldamento globale è sotto gli occhi di tutti. Ed è ovvio che tutti debbano fare la propria parte per contenere i danni del problema.

Bene, questo vale per ogni settore produttivo. Tuttavia è evidente che ci sono figli e figliastri. Quando si tratta di ambiente, sul banco degli imputati c’è soprattutto l’agricoltura e la zootecnia in particolare. Che ha le sue colpe, certo, ma enormemente meno di quanto le venga imputato. Tra l’altro, è l’unico settore che la CO2 la stocca nel suolo e la trasforma in pane, detto per inciso.

Perché questo? Perché l’allevamento animale è diventato il drago da combattere da parte dei nuovi cavalieri ambientalisti, più di ogni altra attività produttiva? Perché la politica – a livello europeo in particolare – è così accecata da questa visione da sfornare documenti, piani, obiettivi che mostrano, in filigrana, la volontà chiara di tagliare drasticamente, quasi fosse un arto infetto, l’agricoltura e la zootecnica razionale?

E perché tutto questo avviene incuranti del fatto che i tempi attuali mostrano come fare gli splendidi è possibile solo quando non si dipende dalle importazioni. Se tutto, dall’energia al cibo, dipende dai capricci di chi vende, colui che compra forse dovrebbe essere un po’ più prudente prima di tagliarsi gli attributi, in senso di produzione propria.

Perché è evidente che certi obiettivi feroci, lungi dal migliorare la salute del mondo, oltre a gettare nella disperazione intere popolazioni e distruggere posti di lavoro abbattono anche la produzione di cibo.

Qui è inevitabile fare qualche altro pensiero. Che cioè dietro alla foglia di fico ambientalista ci sia la volontà di rimodellare abitudini, organizzazione, scelte di intere popolazioni. Che cioè ci sia un’idea di uomo nuovo da costruire, e questo uomo nuovo non mangia carne e non beve latte, preferibilmente.

Infatti, l’idea di sanzionare chi consuma troppa (ma poi chi lo decide? e sulla base di che?) carne in Olanda fa capolino da tempo: si dice, si nega, poi si dice di nuovo… Insomma, si prepara il terreno. E non solo il Olanda.

Il nobile obiettivo dichiarato da queste nuove suffragette è spostare l’equilibrio proteico dalle proteine animali a favore di quelle vegetali. Come se produrre una equilibrata quantità di aminoacidi indispensabili per l’alimentazione quotidiana di tutti sia tecnicamente possibile e poi sarebbe interessante capire quanta terra, acqua, risorse, pesticidici richiederebbe.

Per arrivare alle conclusioni. Prepariamoci, perché non sé solo questione di emissioni e di ambiente. Sotto questo intonaco ci sono altri obiettivi e altri scenari, e in questi obiettivi e in questi scenari l’allevamento e tutto il suo mondo è tollerato con fastidio sempre più crescente e manifesto.

È tutto scritto, tutto detto, tutto pianificato da chi di tanto in tanto si ritrova in qualche amena cittadina svizzera e si racconta come sarà il futuro. O, meglio, come costruirà il futuro, per chi ci sarà posto e per chi no. Ovviamente per parlare di ambiente e di emissioni ci si raduna ogni volta con mandrie di jet privati. Non fa ridere, ma rende l’idea dell’onestà intellettuale dei nuovi profeti.

Ebbene, torniamo ai farmers olandesi, delle cui gesta sarà difficile avere dati obiettivi sui media, perché questo è un circo che ha da tempo sposato la causa del latte di soia. La loro protesta, la loro disperazione è la realtà che si rivolta alla teoria, all’ideologia, ai piani quinquennali fatti sulla pelle di interi settori produttivi. Per dire, magari tra qualche decina di anni: scusate, ci siamo sbagliati. Come è stato per ogni ideologia.

Gioverà sapere che il premier olandese non è estraneo alla allegra compagnia che si ritrova a Davos, e insieme a lui tanta bella gente che governa le nazioni e le istituzioni europee. Basta qualche rapida ricerca in internet e si trovano facce, nomi, visi sorridenti nelle foto di gruppo, sorrisi, grisaglie e tailleur rassicuranti.

Certo, non come i rozzi agricoltori che inquinano, ammorbano l’aria e uccidono il pianeta.

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