La stalla è a prova di incursione (e filmato) animalista?

Rieccoci con una nuova incursione animalista in una stalla.

Siamo alle solite: qualcuno si infiltra in allevamento, ci resta per svariato tempo, filma e poi si confeziona un prodotto emozionale che colpisce nel segno, come provano le moltissime adesioni, i like, i commenti indignati e addolorati.

Peraltro, come noterete, c’è una sottolineatura ripetuta e ben evidenziata sul fatto che quell’allevamento faccia parte della filiera del Grana Padano, per amplificarne ancora di più la risonanza e avallare l’idea che alla base delle eccellenze del Made in Italy ci siano crudeltà, sofferenze, percosse, sfruttamento cinico degli animali.

Come stiano le cose realmente nella grande maggioranza degli allevamenti è inutile perdere tempo a dirselo, tuttavia ci sono alcuni punti da non sottovalutare e che anche questo filmato pone con urgenza all’attenzione di tutte le aziende dove si allevano animali, anche le più virtuose.

A maggior ragione quelle che fanno parte di filiere prestigiose, con marchi importanti e noti a livello mondiale, per le quali è una sciagura mediatica il collegamento a vicende di questo tipo, con le conseguenze che si possono ben immaginare nei possibili rapporti successivi con la stalla coinvolta.

Primo punto, il più banale: attenzione a chi si fa entrare in azienda, perché una telecamera e un microfono si possono nascondere con facilità ovunque. E attenzione a ciò che si dice.

Ma il punto vero è un altro. In azienda non ci devono essere situazioni come quelle che mostra il filmato. Punto. Laddove, pur con tutti i sotterfugi del caso, le astuzie, la malafede che volete, qualcuno documenta certe situazioni, l’azienda passa dalla parte del torto e la sua posizione diventa indifendibile, anche se sono episodi isolati e inseriti in una narrazione viziata da tutti i pregiudizi del caso.

Questo impone al titolare dell’azienda un lavoro di preparazione del personale continuo, con momenti di formazione seri e documentabili, nei quali si definiscano sistemi di lavoro improntati al massimo rispetto del benessere animale.

Per chiunque lavori in azienda deve essere chiaro che certi atteggiamenti non sono tollerati, senza aspettare l’incursione animalista.

Non sempre il personale che lavora in stalla ha la stessa sensibilità sul tema del benessere animale, ma proprio per questo si deve informare e formare continuamente, chiarendo che certi atteggiamenti non sono tollerati.

Altro punto: nell’azienda deve essere ben pubblicizzato ed evidenziato (con un cartello all’ingresso, ad esempio, con una dichiarazione sulle pagine social) l’impegno per il benessere animale in allevamento, meglio ancora se con esempi di ciò che si fa (riguardo alla formazione del personale, alle strutture, ai protocolli di gestione…) e di ciò che si farà nel prossimo futuro per rendere l’allevamento sempre più sostenibile in ogni suo aspetto.

In caso contrario, dopo un’incursione animalista che mostra questo e quello, sarà difficile sostenere che quanto mostrato sia un errore del singolo e non una prassi consolidata e accettata, se non voluta, dalla proprietà.

Purtroppo la vulnerabilità mediatica degli allevamenti è altissima e dall’altra parte ci sono avversari agguerriti, che sanno benissimo cosa fare e come farlo per dimostrare le loro tesi.

Imprecare serve a poco, togliere loro argomenti serve molto di più.

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1 Commento

  • Caro Acerbis,
    Sottoscrivo in toto quanto scritto.
    Non è ammissibile che operatori che producono il latte soprattutto per consorzi come quello del Grana Padano, tengano dei comportamenti che mettono a repentaglio tutto il sistema che si basa sulla fiducia del consumatore. Non ci vuole nulla per modificare le pratiche di allevamento al fine del benessere animale. Bisogna avere un comportamento più attento verso il comparto di produzione e trasformazione del latte, che in questo periodo ha risentito sensibilmente meno degli altri settori di produzione nel nostro paese. Dobbiamo essere più responsabili.

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