La certificazione ambientale: lungimiranza o spreco di tempo (e denaro)?

La certificazione ambientale: lungimiranza o spreco di tempo, lavoro e denaro?

Poco diffusa in ambito zootecnico – o, per meglio dire, pochissimo – potrebbe però essere una di quelle cose che, col tempo, passano da curiosa iniziativa di pochi a (più o meno) obbligata scelta di tutti, dopo un certo tempo.

Sarà così?

Ci sono precedenti di situazioni che, da iniziative di pionieri sono diventate poi la prassi di tutti, più o meno indotta da norme e regolamenti.

La questione ora si arricchisce però di un altro aspetto, che approfondiremo in un altro post: c’è altro che condiziona e condizionerà sempre più le scelte di chi produce. È il peso che i grandi marchi del food, le catene multinazionali, hanno nel determinare linee guida a misura di volontà e atteggiamenti dei consumatori.

Torniamo a noi.

Certificazione ambientale, dunque: e perché?

Vi anticipo alcuni spunti sull’esperienza di una stalla che la certificazione ambientale ce l’ha, da alcuni anni.

È una certificazione rilasciata da un ente certificatore accreditato a livello Ue, che si basa sui pilastri che sostengono tutta la strategia agricola europea e la sua nuova prospettiva. Quindi tutto ciò che riguarda sostenibilità, ambiente, circolarità, organizzazione del lavoro, assenza di discriminazioni.

Ebbene, perché dotarsi di una certificazione ambientale, cosa non richiesta e che implica impegno costante, perché ogni anno un audit puntiglioso definisce punteggi e aspetti da migliorare?

Diciamo che è una scommessa sul futuro e poggia sull’idea che una stalla da latte sia una realtà produttiva che, come quelle di altri settori, debba adeguarsi ai tempi e questo vale anche a livello di certificazione ambientale.

Certo non ci sono vantaggi diretti, tangibili e quantificabili, al momento; però essere certificati dice molto di una azienda e, soprattutto, dice cose che sempre più i consumatori vogliono sentire: attenzione al territorio, all’ambiente, al consumo sostenibile delle risorse, al benessere animale, alla equità nei rapporti di lavoro.

Non solo.

Le banche guardano con favore alla questione. Una certificazione europea è, in qualche misura, anche un impegno sul futuro perché sintetizza la volontà di guardare avanti e, molto più prosaicamente, fornisce una robusta garanzia affinché i contributi europei arrivino senza intoppi in futuro, via via che si sommeranno condizionalità a condizionalità.

Questo è quanto. Certo, si può sempre ragionare in termini di “se mi pagano di più il latte lo farò”, e questo ha un senso. Ma il mondo purtroppo va in un’altra direzione, diametralmente opposta.

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