Una mucca non è un pet

Una mucca non è un pet. Nemmeno un maiale.

Ma – canterebbe De Gregori – “tutto questo Alice non lo sa”. O, meglio, non lo sanno tutti quei gruppi di animalismo militante che stanno alzando in questi giorni l’asticella dello scontro mediatico, con filmati che rimbalzano da un sito all’altro. Prima il Grana Padano, poi il crudo, sempre con il denominatore comune della Dop importante che campeggia.

Questo fa sì che per amor di attualità si debba tornare sull’argomento, con alcune considerazioni e ripetizioni.La prima, richiamata nel titolo: una bovina da latte (come qualunque altro animale da reddito) non è un pet.

Non è cioè un animale da compagnia ma – per brutale che possa sembrare – un animale dal quale si ricaverà una materia prima, passando inevitabilmente dal suo “utilizzo”, quale la mungitura e dalla sua morte, con la macellazione.

Questo è un punto nodale.

E è anche l’elemento che rende praticamente impossibile ogni compromesso con l’animalismo duro e puro: se si equipara di fatto una bovina a un pet, è chiaro che nessun benessere sarà mai sufficiente.

Ogni concessione sarà solo il trampolino di lancio per quella successiva, perché l’obiettivo finale è la negazione del diritto all’esistenza dell’allevamento da reddito, ovvero dell’uso di esseri viventi per produrre materie prime.

È una posizione con una sua dignità e un suo diritto, sia chiaro. Ma a) il dibattito dove andare dal tecnico al filosofico (è giusto? Non è giusto?); b) è una posizione tra le altre e non può essere imposta da una minoranza a colpi di blitz.

Il tema del vitello allontanato dalla madre (per tutte le buone ragioni tecniche e sanitarie che ben sappiamo) è mediaticamente indifendibile. Infatti su questo, soprattutto su questo, batte implacabile il martello di chi contesta alla radice l’allevamento e lo dipinge come un girone infernale. Prima si trovano soluzioni tecniche accettabili da proporre, meglio è.

I gruppi e le associazioni animaliste nel loro agire sono anche in competizione tra loro e devono dimostrare di essere sul pezzo, sempre più. Per i loro associati, simpatizzanti, potenzialmente simpatizzanti. Perché il canale delle donazioni passa anche da queste iniziative spettacolari.

Chiaramente, la competizione fa sì che ci sia una corsa a trovare la situazione più “spettacolare” da mostrare, la mostruosità da esibire. Fare uno “scoop” (ossia mostrare un “lager”) è una manna dal cielo: visibilità, interazioni, donazioni. Quindi: non diminuiranno certo questi blitz, semmai il contrario.

E poi: che fine a fatto il reato di violazione di proprietà privata, di intrusione abusiva eccetera eccetera? Perché la questione non viene sollevata con forza ai massimi livelli?

Detto ciò, non resta che ripetere quanto già detto il altre occasioni: si deve essere irreprensibili, avere un piano serio su benessere e sostenibilità, personale formato e preparato. Insomma, avere un atteggiamento proattivo. Sapendo che la battaglia sarà lunga, l’esito incerto ma, questo invece è certo, la battaglia verrà sicuramente persa se messa solo sulla difensiva, lasciando sempre all’avversario l’iniziativa

Foto di Thorsten Blank da Pixabay 

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1 Commento

  • Avete colpito nel segno, l’animale da reddito non è un pet questo apre un mondo di demagogia contro gli allevamenti che comunque ci danno da mangiare danno da lavorare e reddito anche allo stato , ma ora arriviamo al punto perché lo stato non è intervenuto a gestire prima questo problema… i motivi sono tanti….. ma secondo me ‘ è una possibilità che si sono lasciati scappare per salvaguardare la redditività del sistema paese . Grazie

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