Eccone un altro (che è passato dalla FA al toro)

Innanzitutto una precisazione metodologica su quello che leggete su Steaming-Up.com, che ho già fatto, ma giova ripetere. Questo è un Blog di spunti, idee, esperienze raccolte sul campo da allevatori, tecnici, ricercatori, stampa specializzata. Un mix dove c’è un po’ di tutto e, proprio per questo, ci possono essere anche spunti opinabili. Anzi, ci sono. Perché l’allevamento non è una scienza esatta e non sempre – anzi, quasi mai – ciò che funziona in un posto può essere calato come un guanto in un altro.

 

Tuttavia, nell’esperienza di ognuno, anche e soprattutto quella originale, fuori dagli schemi, può essere colto quello spunto utile da applicare in casa propria, quella scintilla che provoca confronto e discussione tecnica utile e interessante.

 

Da parte mia non c’è necessariamente la totale condivisione di ogni esperienza. C’è però la certezza che in una data situazione questo funziona e quindi potrebbe essere interessante anche per altri. Punto. Chi scrive e comunica ha il compito di confezionare uno o più concetti che ritiene possano essere interessanti per chi legge. Poi ognuno sceglie cosa tenere: il 100, il 60, il 20, niente.

 

Detto ciò, veniamo al punto e la premessa – capite bene – è più che mai necessaria in questo caso, perché l’argomento è di quelli che portano alle scomuniche facili: il toro in stalla.

 

Eppure sono appena uscito da un’altra stalla dove si è fatto il passo dalla FA al toro da monta.

 

E, devo dire, senza alcuna nostalgia del passato.

 

La loro esperienza inquadra una situazione “tipo” dove questa soluzione potrebbe essere praticabile e replicabile.

 

Innanzitutto una mandria numerosa con poco personale: qui ci sono 170 vacche in lattazione e ci lavorano solo due persone, campagna compresa. L’imperativo è semplificare.

 

Tutta la faccenda della ricerca calori e della fecondazione è stata delegata al toro, decisamente il maggiore esperto in materia. Di fatto viene considerato – letteralmente – come fosse un operaio della stalla.

 

In azienda ci sono in tutto quattro tori. Un giovane torello sta nel gruppo delle manze, altri due, rispettivamente, nei due gruppi di vacche, quelle più giovani e quelle più vecchie.

 

Per non farsi mancare niente attualmente nel gruppo delle vacche più vecchie è stato messo un toro di Pezzata Rossa.

 

Il toro viene cambiato ogni nove mesi. A volte il torello delle manze fa una seconda sessione di nove mesi in uno dei gruppi di vacche.

 

Ah, dimenticavo: il quarto toro è di scorta, sta in panchina, nel caso ci fosse qualche incomveniente con i titolari (è capitato che per un problema agli arti uno dei tori non riuscisse a saltare).

 

I tori sono acquistati con un occhio a fratelli di tori indirizzati ai centri di FA.

 

I vantaggi che sottolineano qui sono i soliti: balzo in avanti nella fertilità, semplificazione della gestione, eliminati completamente i calori persi, vacche spesso ingravidate al primo calore, riduzione dei problemi estivi.

 

Certo, si resta un po’ indietro col progresso genetico – ammettono qui – ma si recupera ampiamente grazie allo straordinario recupero di fertilità.

 

Il toro se ne sta tra le vacche, si corica in cuccetta, le segue in sala mungitura (si piazza in una posta e ovviamente in questo caso se ne munge una di meno), esce con loro.

 

Viene valutato anche il suo carattere prima di inserirlo in stalla.

 

Quando si deve fare qualche visita alle vacche ovviamente il toro viene prima segregato e bloccato: bisogna considerare che il toro ritiene cosa propria le vacche del gruppo e se c’è qualcuna in calore diventa pericolosissimo avvicinarsi ad una vacca, nemmeno da pensarci metterle le mani addosso per una visita. Quindi, assolutamente, prima si blocca il toro e poi si fa tutto il resto.

 

Quindi?

 

Quindi quella del toro in stalla è un opzione che resiste e, per qualcuno, è una scelta di ritorno che permette un miglioramento importante dei risultati. E non necessariamente si tratta di aziende marginali e a basso management.

 

 

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