Allevare senza antibiotici? Il rischio delle facili semplificazioni

 

La vicenda dell’antibiotic free potrebbe assumere – dal punto di vista della comunicazione (fatta o non fatta) e della conseguente presa mediatica – i contorni di altre vicende del passato, che invariabilmente hanno messo chi alleva dietro la lavagna con in testa le orecchie d’asino, con corredo di ditino accusatore puntato da una platea ampia e composita di indignati.

 

Ora, sia chiaro: con le antibiotico resistenze non si scherza, sono un pericolo gravissimo che incombe e, secondo le più aggiornate indagini e previsioni, la capacità di certi patogeni di resistere al trattamento antibiotico potrebbe prendere anche i connotati di una catastrofe planetaria.

 

Quindi un tema delicatissimo, che deve coinvolgere tutti al massimo della serietà e dell’impegno.

 

Anche, naturalmente, chi alleva animali per trasformarli in alimenti.

 

Su questo segmento si sta concentrando sempre di più il fascio di luce indagatore di chi fa opinione, il più delle volte con una risibile conoscenza tecnica e scientifica, illuminando la sua supposta verità per il consumatore.

 

Ma, come sempre accade in biologia, ambito nel quale si combinano innumerevoli componenti chimiche, biochimiche, fisiologiche con condizionamenti possibili di ogni tipo, è difficile arrivare a una sola, semplice, univoca verità.

 

Invece chi fa informazione, in un processo di semplificazione spesso colpevole di negligenza (se non di ignoranza bella e buona), punta proprio a pillole di verità, certezze assolute, da incanalare nelle pipeline mediatiche.

 

Veniamo al dunque: la nuova “pillola di verità” è quella dell’antibiotic free. Ossia che si possa allevare senza fare uso di antibiotici.

 

Nel senso di mai.

 

Del resto antibiotic free vuole dire letteralmente proprio questo e sta diventando un termine ormai comune.

 

Ma, come tutti gli organismi viventi, un animale può ammalarsi e se si ammala va curato. Anche con antibiotici.

 

 

Quindi non può esistere un allevamento dove non si usino mai antibiotici.

 

 

Vanno ridotti, vanno razionalizzati, vanno adottate tutte le tecniche per ridurli al minimo, vanno studiati piani vaccinali mirati ed efficaci. Ma non potranno essere aboliti completamente.

 

 

Ma questo il consumatore lo sa? O, piuttosto, assorbe sempre più concetti di filiera senza antibiotici, allevamento senza antibiotici, animali allevati senza antibiotici? Arrivando alla logica conclusione che l’uso dell’antibiotico è un optional, scelto da chi vuole percorrere scorciatoie poco oneste.

 

 

Così, quando l’inviato o inviata d’assalto in qualche allevamento annuncerà lo scoop che in realtà gli antibiotici vengono usati anche dove si dice che non lo sono, il povero allevatore finirà, come sempre, sul mediatico patibolo, pur facendo le cose benissimo.

 

 

E cioè utilizzando il trattamento antibiotico come misura estrema, sotto stretto controllo veterinario, solo come terapia e non come profilassi, con un limitato numero di principi attivi e separando rigorosamente gli animali trattati dal resto del lotto.

 

 

Ma questo potrebbe non bastare. Perché l’inviato o inviata d’assalto vede le cose in bianco e nero: antibiotico sì, antibiotico no. Tertium non datur, non esiste l’opzione ragionata. E questo comunica nelle sue “pillole di verità”.

 

 

Quindi non c’è da perdere tempo: bisogna dire – sapendolo dire – al consumatore che sarà impossibile eliminare completamente l’antibiotico da un allevamento, ma che le misure adottate sono tali da renderne l’utilizzo minimo, la tracciabilità  capace di  garantire un controllo assoluto su ogni capo trattato e i rischi per il consumatore infinitesimi.

 

Dirlo, ovviamente, potendolo dimostrare se, come, quando richiesto. O anche, meglio ancora, se non richiesto.

 

Questo è l’antibiotic free da comunicare, perché quello che sta passando – a mio avviso – è un altro, molto più utopistico ma che potrebbe diventare la “normalità” pretesa da chi alleva.

 

E’ il concetto contenuto nelle “pillole di verità” preconfezionate di chi fa informazione.

 

Che, in genere, partono come “pillole” ma strada facendo, per chi si occupa di allevamento, possono tramutarsi in grandi e poco gradevoli supposte.

 

 

vfg