Qualche considerazione sul latte che manca

La guerra in Ucraina ha fatto letteralmente esplodere tendenze e movimenti già in atto da tempo, che possono essere inquadrate da un denominatore comune: finisce il dogma sacro della globalizzazione, della disponibilità di tutto, a prescindere dal luogo della sua produzione.

Si è visto che questo modo di pensare e di agire è fallimentare, crea povertà in molti e ricchezza concentrata in pochi. Ma anche alza tantissimo il rischio che ciò che si credeva sempre e comunque a disposizione, improvvisamente, venga a mancare.

Considerazioni che valgono per tutte le derrate alimentari e valgono ovviamente per il latte.

Bruscamente si è entrati in una situazione inedita: il latte manca. Manca soprattutto all’industria, abituata da sempre a fare incetta di materia prima a basso costo nei grandi scaffali del commercio mondiale: Nuova Zelanda, Nord Europa. Per decenni la realtà è stata quella di avere tanto latte, e la possibilità di averlo quando serviva non è mai stata messa in discussione.

Poi è successo l’impensabile: giù le produzioni, consumi che continuano a crescere.

Sul perché le produzioni siano cadute e continuino a farlo ci sono varie ragioni: le politiche ambientali in Paesi fortemente esportatori, come Nuova Zelanda e Olanda, ma soprattutto i costi di produzione, con l’impennata – spesso insostenibile dei prezzi di energia e materie prime. Così le stalle chiudono, tante e contemporaneamente, e il latte manca. E, probabilmente, continuerà a mancare.

A questa situazione nuova e rivoluzionaria va aggiunto un tassello: mentre nel Nord Europa la produzione si riduce, in Italia si produce molto più latte di un decennio fa. C’è nel modello italiano qualcosa che resiste alla tempesta, evidentemente.

E qui vengo al punto. Una situazione come questa è una opportunità enorme per ribaltare storici modelli e consolidate sudditanze nella filiera: l’italianità non è solo una questione di salubrità, di controlli, di qualità e metteteci tutto quello che volete in termini di benessere animale, di sostenibilità eccetera.

L’italianità, per l’industria (e non c’è Paese che abbia un’industria diffusa, avanzata, tecnologica, innovativa come il nostro) è ora, soprattutto, garanzia di disponibilità. Perché l’industria del latte, per la prima volta, deve affrontare il dilemma di tenere fede ai propri volumi produttivi in una situazione di minore materia prima disponibile.

Lo scenario ideale per chi quella materia prima la produce. Certo, la produce a costi immani, che sono schizzati a livelli per tante stalle insostenibili.

Ma proprio per questo sarebbe qualcosa di imperdonabile farsi sfuggire questo momento storico unico per creare nuove modalità di contrattazione e vendita basate sull’aggregazione, dimenticando la politica del singolo orto, per recuperare posizioni nella distribuzione del valore.

Le vicende recenti insegnano che chi ha la materia prima, ora, è nella posizione più forte.

C’è abbastanza elasticità e laicità nel mondo produttivo per deporre bandiere e appartenenze storiche ed entrare in maniera nuova in questo nuovo scenario? Questo è il vero punto.

Ci sono treni che passano una volta nella vita.

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