Qualche domanda (senza risposta) sul latte

Momenti come questi nessuno se li ricorda, quindi difficile andare all’esperienza per cogliere spunti o insegnamenti su come, in crisi analoghe, è poi andata a finire.

Prima la pandemia, poi la guerra e tutto quanto ne è seguito. Eventi che stanno scuotendo il sistema, non solo quello zootecnico. Tutto traballa, per ora si vedono cadere i calcinacci e ci si chiede se finirà lì o sarà solo il preludio ad altri crolli.

Vedremo.

Tuttavia, se non è possibile avere risposte, ci si può fare comunque delle domande, che poi è sempre il primo passo per trovare delle risposte.

Quanto latte sarà disponibile sul mercato?

La quantità è in contrazione, perché c’è stata l’impennata dei costi di alimentazione, si cercano alternative, si riducono le produzioni. E si riducono anche le vacche in produzione. Quindi sui prezzi è inevitabile la spinta al rialzo che si sta delineando chiaramente dai movimenti del latte spot. Prezzo del latte che si alzerà, ed è quello che sta succedendo, a fronte di una contrazione di offerta improvvisa e imprevista.

Certo, un aumento che fatica a coprire i costi di produzione maggiorati, ma pur sempre un cambio di scenario epocale per chi, per decenni, ha navigato con prezzi stagnanti e sempre nella parte di quello che deve accettare quanto gli viene concesso alla trattativa. Si sprecano le iniziative che indicano vie gestionali per cogliere questa fessura di opportunità per le aziende. Fessura stretta, strettissima, ma per una certa tipologia di azienda poco esposta ai costi impazziti di alimentazione ed energia presente.

Cosa accadrà all’industria?

Sappiamo poi che dietro alle stalle c’è un’industria importante, e anche qui c’è una situazione critica. L’industria dei mangimi è tramortita dalla situazione e ci sono realtà che mettono le mani avanti e si mette in guardia i clienti sulla possibilità che non si riesca a far fronte a impegni presi sulle consegne.

Ma c’è anche la grande industria della trasformazione che deve far fronte a una tripla sfida: la carenza di materia prima e i costi energetici, questi ultimi in balia di eventi totalmente fuori controllo. Conseguenze: costi di produzione che si impennano e difficoltà di mantenere i volumi produttivi, perché – appunto – la materia prima si riduce. E arriviamo alla terza criticità: il reddito degli italiani che si contrae, per pagare bollette di gas ed elettricità, per fare il pieno dell’auto. Meno soldi in tasca significano riduzione dei consumi, specialmente per prodotti di maggior valore.

E le Dop?

E qui entrano in gioco anche le produzioni Dop e il mondo dei formaggi di pregio. Vale lo stesso paradigma: meno latte, contrazione dei volumi prodotti, prezzo che dovrebbe mantenersi sostenuto. Ma, anche qui c’è l’incognita del consumatore: fino a che punto sarà fedele con il portafoglio più leggero?

Come reagire alla nuova competizione tra food, feed e all’interno del feed?

Ne abbiamo già accennato. Si prospetta una competizione ancora più accesa per la terra a disposizione (che è poca e come una coperta corta non può coprire testa e piedi) tra le filiere: quella alimentare (pasta, prodotti da forno) che ha fame di grano, e che ora deve puntare ancora più di prima alla produzione italiana; quella zootecnica, all’interno della quale ci sono necessità concorrenti tra bovini, suini e avicoli. Sicuramente in questo scenario, tanto più con i costi attuali e con le incertezze sull’approvvigionamento (ma anche le incertezze climatiche e le carenze d’acqua, che mettono il crisi le colture estive, e ancora il rischio micotossine), il tradizionale paradigma mais-soia è giunto al capolinea come modello di riferimento nella nutrizione della vacca da latte.

Agronomi e nutrizionisti che lavorano (con creatività) uno ascoltando l’altro dovranno essere al regola, non l’eccezione.

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