Quando la sala riunioni aziendale è… la cucina

Non sono molte le aziende che hanno una vera e propria sala riunioni. Uno spazio, cioè, dove trovarsi, fermarsi, confrontarsi, discutere, ragionare sul presente e sul futuro, ognuno dal proprio punto di osservazione e di attività.

E, continuando, non sono molte nemmeno le aziende che ha questa operazione dedicano dei momenti fissi, ben definiti sull’agenda mensile. 

Ma non è questo il punto. O, meglio, il punto è questo, ma la prospettiva è un’altra. 

Se questa sala riunioni manca? Se, come in tante realtà, la sala riunioni è la cucina di casa? Magari la cucina della casa paterna – o dei nonni – che fa da punto di incontro di più generazioni al lavoro in azienda?

La questione si intreccia con quella molto più ampia e fondamentale dei rapporti tra generazioni che lavorano nella stessa azienda, su chi prende realmente le decisioni, su come ci si confronta, quando, con che obiettivi. Una questione di primaria importanza perché, in un’impresa, il galleggiare senza prospettiva, la mancanza di strategia e di idee da mettere all’opera, sono zavorra che può portare l’impresa a fondo.

Meglio sbagliare agendo e maturando esperienze che trascinarsi negli anni senza un obiettivo chiaro, perpetuando prassi ereditate dal passato inadatte ai tempi nuovi. 

E qui torniamo a noi, o meglio alla cucina, perché anche di questo (non di cucina, ma di scelte, di rapporti tra generazioni, di decisioni prese o non prese) si è parlato in una delle ottime relazioni dello Strategic Dairy meeting in corso in questi giorni. 

Quale è il punto? Che può anche starci di non avere una sala riunioni, di non avere un appuntamento fisso periodico per confrontarsi e discutere. Che, di conseguenza, possa essere proprio la cucina di casa a fare da punto di raccordo di figli, nipoti, zii, nonni che ha vario titolo lavorano in azienda. 

Ma la questione chiave è che deve essere chiaro chi prende le decisioni. I ruoli devono essere definiti, palesi, accettati. Si può stare a ragionare e discutere mentre cuoce il sugo sui fornelli, ma deve essere chiaro chi alla fine deciderà. Non di rado – si diceva – il rischio è che poi la parola finale su questa o quella scelta (ad esempio una sala di mungitura o un robot, un trattore nuovo o un investimento nella stalla) sia presa, dopo il molto parlare, dalla nonna che mescola il sugo e che nella grande famiglia allargata che lavora in stalla – per mancanza di chiarezza su ruoli e mansioni – è quella che ha comunque l’ultima parola sul patriarca, e quindi su tutti.

Non dice una parola, ma alla fine le decisioni strategiche passano da lei. Certo, un paradosso, una provocazione, ma non lontana da certe realtà dove ciò porta rinvii, frustrazioni, guasti nei rapporti, scadimento complessivo dell’azienda.

Altro consiglio interessante, in qualche modo collegato al tema. Che sia in cucina o in una sala apposita, non tutti in pubblico riescono a parlare e dire la loro con chiarezza.

Quindi? Meglio che chi deve decidere (e torniamo al punto chiave: questa figura deve essere chiara e definita) senta prima e si confronti singolarmente con ognuno per raccogliere pareri e osservazioni, che magari non uscirebbero nella riunione collettiva.

Foto di Pexels da Pixabay 

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