Stress termico? Misurare è meglio (e riserva qualche sorpresa)

Che caldo estivo e produzione di latte non vadano troppo d’accordo è quasi banale dirlo. E, infatti, pinzando e mettendo in fila tutti i lavori  tecnici e scientifici sullo stress termico e i suoi effetti nefasti si potrebbe tranquillamente arrivare su Marte.

Tuttavia, nella consapevolezza ormai più che assodata che dal caldo le bovine vanno difese al meglio, ci sono qua e là fasi più trascurate. Magari non per negligenza, ma per l’idea che il problema non ci sia.

Ad esempio per il settore delle asciutte.

Ebbene, ecco allora a questo riguardo un piccolo esempio interessante.

Stalla ottimamente gestita, con tutto quel che serve per farla classificare a livelli di eccellenza.

Ventilatori ben posizionati, sia nella stalla di lattazione che in quella di asciutta. Per fare le cose bene si pensava comunque di rinforzare il sistema, con in mente – quasi per riflesso condizionato – la stalla di lattazione.

Caso volle che proprio in quel periodo erano stati piazzati sulle bovine i sensori che misurano – tra i tanti parametri – anche quello dell’affanno respiratorio correlabile a stress termico.

Ebbene, ecco la sorpresa: gli allarmi venivano molto di più dalle bovine asciutte che da quelli in lattazione.

Un conto sono le impressioni, un conto il dato oggettivo.

E così si è visto, contrariamente a quanto si pensasse, la stalla delle asciutte non era ottimale in termini di microclima. Vero, c’erano degli estrattori, ma evidentemente meno efficaci di quanto si ritenesse; le strutture vicine poi evidentemente ostacolavano l’aerazione e il ricambio d’aria.

Sia quel che sia, il dato fornito dai sensori ha detto che al sistema di controllo del microclima c’era sì da mettere mano, ma non nel settore lattazione, bensì in quello delle asciutte. Esattamente il contrario di quel che si credeva e come si sarebbe – probabilmente – fatto.

La morale? Semplice: un conto sono le impressioni, un altro il dato oggettivo. A volte possono coincidere, tante altre no.

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