Con il benessere animale non è mai finita

Un concetto da fissare bene in mente, perché, volenti o nolenti, la realtà è questa: il benessere animale – o, meglio, la sua applicazione concreta, fatta di condizioni, soluzioni, misure, spazi, comportamenti, numeri – non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo in continuo divenire, con gradini che salgono.

 

Certo, può essere seccante. Certo ci sono nuovi costi da affrontare. Certo, però, che non di rado adeguarsi agli standard di benessere animale più avanzati coincide con un miglioramento delle prestazioni complessive della stalla.

 

Dunque il benessere animale e gli standard posti dalle nuove regolamentazioni nell’ultimo decennio, che è stato ricco di indicazioni e di obblighi in proposito, potrebbe essere la piattaforma di partenza per nuove richieste a cui far fronte nei prossimi anni.

 

Il treno del benessere animale non si ferma: quello che sembra un punto di arrivo è in realtà solo una delle stazioni sul tragitto verso un punto di arrivo sempre più spostato in avanti.

 

A dirlo non sono io, ovviamente. Lo dicono esperti e analisti che guardano lontano e valutano trend di consumatori, grandi gruppi alimentari, distribuzione.

 

Tra questi, proponendo una visione da oltre oceano, c’è Nigel Cook, un veterinario nonché esperto di benessere animale dell’Università del Wisconsin, la cui analisi è stata riportata nei giorni scorsi da Dairy Herd (clicca qui per l’articolo)

 

Vediamo qualche spunto.

 

Tanto per cominciare, gli attivisti pro benessere animale, ben finanziati e ottimamente organizzati, continuano senza sosta, inflessibilmente, a spingere in avanti i loro obiettivi.

 

Gli animalisti hanno capito che possono influenzare le decisioni dei grandi gruppialimentari collegando casi di abusi su animali con prodotti di brand ben precisi.

 

La strategia paga.

 

A questo punto, infatti,  il Brand si trova costretto a scendere in campo e difendersi. Non c’è brand, tanto più quelli più noti ed esposti mediaticamente, che voglia essere associato a video che riportano abusi, maltrattamenti, violenze su animali fatti circolare con abilità sul web e poi ripresi da altri media.

 

 

Di fronte a questo rischio le grandi compagnie del food premono pressantemente sui loro fornitori che provvedono latte e carne. I grandi gruppi hanno un enorme potere contrattuale sulla platea di fonitori e possono determinare  richieste aggiuntive verso i propri fornitori in materia di benessere. Anche superiori a quanto richiesto dalla normativa.  In caso il fornitore non si adatti il prodotto non viene ritirato, per cui non c’è molta scelta.

 

Detto ciò, il tecnico americano sottolinea quali sono a suo avviso i punti di maggiore sensibilità da tenere d’occhio da parte di chi alleva, perché potrebbero diventare materia richiesta.

 

C’è una tolleranza zero verso una scadente gestione e cura degli animali.

 

I video degli animalisti spesso mostrano personale poco preparato che gestisce male gli animali, li maltratta, prende decisioni errate. Casi sporadici si dirà, e sicuramente è così, ma di grande impatto.

 

Alle aziende verrà perciò sempre più frequentemente chiesto di dare garanzie sulla preparazione e capacità del proprio personale addetto ali animali. Verranno richieste documentazioni che provino che il training degli operatori è realmente avvenuto.

 

Altro aspetto da tenere d’occhio: le zoppie. Per fare un esempio, Dean Food stabilisce uno standard di zoppie gravi (intendendo animali che si muovono a fatica, indicanti un fallimento della prevenzione e della cura) dell’1% in stalla per i suoi fornitori (potete dare un’occhiata qui per farvi un’idea). Ed è prevedibile che questa soglia si abbassi ancora verso zero.

 

Lesioni al garrese,  arti, collo, schiena, coda, spesso originate da problemi nelle  strutture di stalla, come rastrelliere o cuccette, saranno sempre meno tollerare. Questo richiede una revisione critica di superfici di decubito, struttura delle cuccette, struttura dalla stalla.

 

Le cuccette poi saranno messe sotto strettissimo scrutinio perché viste come restrittive della libertà di movimento delle bovine e impedimento per i loro comportamenti naturali. Per questo alle bovine dovrà essere data possibilità di accesso ad aree esterne per alcune ore, per muoversi liberamente e poter espletare comportamenti naturali.

 

La separazione del vitello alla nascita dalla madre è un altro grande problema che sorgerà. Separare il vitello alla nascita immediatamente dopo il parto non è infatti ben visto da consumatori e attivisti. Anche se il non farlo può creare problemi di tipo sanitario, le pressioni cresceranno. Ci sono gruppi alimentari che stanno già facendo pressioni sui propri fornitori per avere bovine che stanno col vitello più di 24 ore dopo la nascita.

 

Cresce infine la pressione per ridurre la dipendenza dall’uso di ormoni e antibiotici, che i consumatori collegano a questioni di benessere animale.

 

Come detto in apertura questo è uno sguardo avanti, oltre l’immediato obbligo. Ma è la direzione verso cui si sta andando e quindi meglio saperlo.

 

E non è detto che non si possa cavarne dell’utile.

 

Questa infatti la conclusione del dr. Nigel  Cook, dopo aver elencato quanto riportato qui sopra: “Per quanto questi punti possano scoraggiare o indurre timore, molti di loro miglioreranno la salute della stalla e il benessere dei bovini. E con esso anche il benessere economico dell’allevatore”.

 

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