L’efficienza tecnica porta in dote anche l’efficienza ambientale

 

Impattano di più i cambiamenti climatici sull’allevamento o l’allevamento sui cambiamenti climatici?

 

Messa così potrebbe sembrare una riproposizione del vecchio e mai completamente risolto quesito avicolo su chi sia nato prima tra l’uovo e la gallina.

 

In effetti, come per le carte da gioco che possono essere lette allo stesso modo anche se rigirate, analogo discorso può essere applicato alla questione se l’allevamento sia da considerarsi vittima o colpevole. La risposta è: entrambe le cose, come è stato spiegato in un convegno dei giorni scorsi a cui ho partecipato e di cui, come sempre, ci sarà ampia sintesi sul prossimo numero di Professione Allevatore.

 

Quando si parla di gas ad effetto climalterante si parla essenzialmente di anidride carbonica (CO2), di metano (CH4) e di protossido di azoto (N2O). Tutti e tre questi gas giocano un ruolo attivo nel riscaldamento globale, sia pure con un peso differente: se la CO2 ha un peso 1, il metano ha un peso 25 e il protossido di azoto addirittura 300.

 

Anche l’allevamento, sia pure con un peso minore rispetto ad altri settori produttivi, come l’industria e i trasporti, è un produttore e scaricatore nell’aria di gas climalteranti.

 

È soprattutto il metano il gas più problematico per le quantità elevate prodotte a livello ruminale e liberate all’esterno da bocca e narici. Anche il protossido di azoto, che si libera dal suolo per una insufficiente nitrificazione dell’azoto organico derivante dalla deiezioni, sia pure in quantità assolutamente inferiori, ha un impatto importante, in considerazione del suo effetto climalterante di ben 300 volte superiore rispetto alla CO2, che rimane il termine di paragone e l’unità di riferimento.

 

A questo punto che fare? Certo non si può impedire al rumine di fare il suo lavoro, per il quale si è evoluto dalla notte dei tempi diventando un fantastico digestore in grado di trasformare fibre e sottoprodotti in nutrienti pregiati, ma facendo sì che lavori al meglio e, soprattutto, sia al servizio di una bovina che vada alla massima velocità possibile.

 

La cosa interessante infatti è che, se si vuole puntare alla massima sostenibilità ambientale, la strada da percorrere è quella della massima efficienza tecnica, delle performance migliori.

 

A questo riguardo è emblematico il nesso tra l’emissione di gas climalteranti e la produzione di latte.

 

Se è ovvio che più una bovina produce latte più crescono le sue emissioni di gas (più produce, più mangia), è chiarissimo come, rapportando il tutto al kg di latte prodotto, le emissioni diminuiscono nettamente con il crescere della produzione.

 

Esemplificando: una bovina che produce 40 kg di latte/giorno libera 148 kg di metano/anno. Una bovina che produce la metà, 20 kg di latte/giorno, di metano ne libera 117 kg. Ma per fare la stessa quantità di latte di vacche così ne servono due, e quindi si arriverebbe a una quantità di metano emessa in un anno di 234 kg, ossia +58% rispetto alla vacca molto performante.

 

Questo non è un passaggio di poco conto, perché l’idea che la diminuzione delle emissioni passi attraverso una diminuzione delle performance è molto diffusa a livello generale, ma la realtà dei fatti dice esattamente il contrario.

 

Con una Dairy Efficiency (kg di latte/kg di ss ingerita) pari a 1 i kg di CO2 equivalente per kg di latte prodotto sono 1,57. Diventano 1,34 con una Dairy Efficiency di 1,3 mentre con una Dairy Efficiency di 1,6 si scende a 1,11 kg di CO2 equivalente/kg di latte. Questo perché le necessità di mantenimento, che sono sostanzialmente identiche per una vacca a basse o alte performance, incidono maggiormente.

 

Ecco allora che torna sotto i riflettori, anche per la parte ambientale, ciò che è basilare per la parte economica di una stalla: avere una quantità di rimonta non eccessiva (tutto il carico di rimonta pesa notevolmente anche in termini di emissioni) rispetto alle necessità; avere lattazioni corte, per sfruttare la finestra di massima efficienza alimentare, che decresce con progredire della lattazione; curare al meglio la fertilità della mandria; ridurre l’intervallo parto concepimento, intervenendo su tutti quegli aspetti sanitari, nutrizionali, di strutture e benessere che possano migliorarlo; ottimizzare la nutrizione, crescere le manze in maniera tale da poter anticiparne la prima fecondazione e via con il noto elenco.

 

Con qualche attenzione in più alla parte agronomica, puntando a schemi foraggeri scelti anche valutando il loro bilancio in CO2 equivalente.

 

Insomma: puntando all’efficienza tecnica si ottiene spesso anche quella economica e ambientale. Un “prendi tre paghi uno” da non sottovalutare. La questione emissioni non è ancora per l’oggi, ma per il domani diventerà sicuramente quello che oggi è l’argomento benessere.

 

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