Conoscere i propri limiti è utile e fa anche risparmiare

 

Non vale solo per chi produce latte, certamente. È una regola universale: bisogna conoscere i propri limiti. E capire cosa ci insegnano.

 

Vale per tutti, ma vale molto di più per chi deve fare fruttare al meglio un’attività complessa come quella dell’allevatore, nella quale si intrecciano tali e tanti fattori produttivi – e si richiedono tali e tante competenze – che materialmente è impossibile stare dietro a tutto.

 

O, meglio: stare dietro a tutto nella maniera migliore, cioè in quella che permette di ottenere il massimo della redditività.

 

Ognuno ha dei cavalli di battaglia, delle capacità sopra la media. E ognuno ha punti deboli, capacità un po’ meno pronunciate.

 

Diciamolo chiaro: limiti.

 

Certo, se fossimo soli su un’isola deserta dovremmo fare tutto e pazienza per il risultato. Invece siamo sul mercato, volenti o nolenti: è il risultato economico che conta.

 

Quindi bisogna trovare il modo giocare al meglio le carte che abbiamo.

 

E il primo passo è una onesta e sincera occhiata allo specchio, con l’ammissione che, effettivamente, questo o quello non lo facciamo proprio benissimo.

 

Un po’ quello che mi hanno raccontato un paio di allevatori di un’azienda con grandi risultati, spiegando che la parte riproduttiva non era il loro pezzo forte: bravini, non bravissimi. E per questo avevano deciso di delegarla completamente a una ditta esterna, concentrando tempo e risorse su quanto sapevano fare meglio – magari meglio della media – come la gestione della mandria e la produzione foraggera. Hanno migliorato nettamente i parametri riproduttivi e anche tutto il resto.

 

È vero, c’è un costo da sostenere. E anche un po’ di orgoglio da mettere da parte.

 

Ma quale è l’alternativa?

 

Distribuire un tot di euri per consulenze (dirette o indirette) a pioggia, perché si pensa di essere sostanzialmente bravi a far tutto e il consulente o non c’è, o è pagato via via con i prodotti che si acquistano, compreso nel prezzo, diciamo, oppure, nessuna consulenza.

 

Ma in tutti i casi casi il piatto, alla fine, piange.

 

Nel primo caso perché si spende irrazionalmente e non si concentra l’investimento dove realmente serve e potrebbe produrre il massimo, andando a eliminare il gap dato dal nostro limite, quello che veramente farebbe la differenza.

 

Come se un secchio avesse vari buchi: uno alla base, tutti gli altri nella parte alta: non ha senso ripararli tutti in qualche modo, ma ha più senso usare il poco mastice di cui disponiamo per tappare definitivamente il foro alla base.

 

Se la consulenza è dettata dai prodotti acquistati non sarà decisa dal bisogno reale, ma dalla lotteria delle circostanze.

 

Anche nel terzo caso ci si rimette, perché il nostro limite sarà responsabile della minore efficacia di questo o quel fattore produttivo nell’insieme di quelli gestiti.

 

In tempi di pochi soldi in cassa, la consulenza esterna è un prezioso alleato per fare meglio, purché si sappia dove indirizzarla. Per questo i nostri limiti, per dirla paradossalmente, sono dei nostri grandi alleati.

 

Se sappiamo vederli hanno tanto da insegnarci.

 

laurea