Antò, fa caldo… E con le asciutte si rischia molto più di quanto si pensi

Che il problema del caldo estivo e dello stress conseguente sulle vacche da latte sia “il” problema, più che uno dei tanti, ormai è abbastanza assodato.

 

Non mancano poi le ondate di calore che, anno dopo anno, rinfrescano (scusate il gioco di parole) la memoria a chi ancora avesse dei dubbi su quanto sia strategico, essenziale, investire in adeguati sistemi di cooling nella stalla.

 

Che poi non tutti i sistemi e protocolli siano ugualmente efficaci è un capitolo interessante, ma non è tema di oggi.

 

Tema di oggi è, invece, l’importanza del raffrescamento – e di un raffrescamento adeguato – anche per le asciutte e non solo, come fino a pochissimi anni fa più o meno generalmente considerato, quello delle vacche in lattazione.

 

Certo, quando si parla di vacche in lattazione gli effetti dello stress da calore sono evidenti immediatamente: calo dell’ingestione, calo della produzione di latte. E poi problemi di fertilità, perdita di gravidanze, cose note.

 

Ma il fatto che le asciutte non mostrino immediatamente segnali di allarme non significa che per loro il raffrescamento sia superfluo. Tutt’altro. Le asciutte soffrono lo stress da calore, eccome, e i danni che questo comporta sono ancora più insidiosi, perché hanno un effetto a medio e lungo termine.

 

In proposito c’è una ricca documentazione di studi e ricerche, nonché l’empirica esperienza di chi, dopo avere provveduto a un razionale sistema di cooling anche per le asciutte, ne ha constatato i benefici.

 

Su questo tema c’è anche un bell’articolo su Dairy Herd (qui la sintesi), recentemente pubblicato, e relativo a ricerche effettuate nell’Università della Florida.

 

Qualche spunto interessante.

 

Vacche asciutte esposte a stress termico senza un sistema di bagnatura e ventilazione presentavano un minore sviluppo delle cellule mammarie, cosa che si traduceva in seguito in minore produzione di latte. Non solo. Mostravano una maggiore sensibilità alle malattie e avevano maggiori problemi riproduttivi rispetto a bovine che avevano fatto l’asciutta in periodi più freschi.

 

Ma i problemi dello stress da calore si avevano anche sul feto di bovine che avevano fatto l’asciutta senza adeguato raffrescamento rispetto a bovine che avevano fatto l’asciutta in periodi più freschi.

 

In particolare:

 

I vitelli erano nati dalle 4 alle 6 settimane prima, con un peso minore. Il peso inferiore si manteneva poi nelle settimane successive, le vitelle erano più piccole allo svezzamento, con una minore altezza al garrese e la differenza di taglia continuava per tutto il primo anno di vita.

 

Si aveva un minore trasferimento di immunità attraverso il colostro. Non per la minore qualità del colostro, ma per la più rapida chiusura delle “finestre” di passaggio delle immunoglobuline tramite la mucosa intestinale.

 

Si aveva un minor tasso di sopravvivenza nella mandria e una minore percentuale di animali che entravano in lattazione.

 

Ancora, si registrava una minore produzione di latte nella prima lattazione (circa 4,5 kg di latte in meno/giorno) a parità di genetica, di management, di alimentazione. E nelle lattazioni successive (seconda e terza) la differenza di produzione non veniva mai colmata.

 

Infine, ultimo ma assolutamente importante, queste differenze di capacità produttiva venivano passate alle generazioni successive. Cosa significa? Che i geni non sono tutto. Che si può avere una eccezionale genetica in stalla, ma una fase di stress da calore importante in asciutta può modificare le modalità di espressione di questi geni. E questa modifica viene “registrata” e fissata anche per le generazioni successive. Il certificato non cambia, il pedigree neppure, ma le performance sì.

 

Conclusioni inevitabili: il raffrescamento in asciutta serve e serve un raffrescamento efficace, reale, verificato. Gli stress in questa fase sono meno evidenti al momento, ma hanno anche un effetto che si protrae a lungo, anche alle generazioni successive.

 

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