Si può (e magari anche si deve) dire addio ai “panettoni” sulla trincea

 

 Che la qualità e la sanità degli insilati siano determinanti per la qualità e la sanità della razione è un fatto assodato.

 Tra i problemi più frequentemente evidenziati, c’è sicuramente l’insufficiente pressatura dell’insilato nella parte più alta, allorché la massa in trincea supera la misura delle pareti laterali, andando a creare i famosi “panettoni”.

 Questa parte della trincea è una vera e propria bomba microbiologica, causa di contaminazioni anche gravissime dell’unifeed.

 Il contenuto in lieviti, muffe e spore anaerobiche dell’insilato presente nella parte di trincea che costituisce il “panettone” è, infatti,  assai più elevato rispetto a quella sottostante: il triplo per i lieviti, quasi otto volte per le muffe, fino a 5000 volte maggiore per le spore anaerobiche.

 Cosa succede quando questo insilato finisce nell’unifeed? Ebbene, bastano piccolissime quantità di insilato contaminato (si parla di grammi, per capirci) per contaminare razioni con milioni di spore e aumentare grandemente il rischio di avere poi un latte con elevato contenuto di spore.

 E, attenzione – sottolineano gli esperti –  quando si tratta di inserire nell’unifeed dell’insilato contaminato non si parla di cappello degradato, visibilmente alterato, che chiunque vedendolo scarta. Bensì di quella parte sottostante, o “sotto-cappello”, che a vista non mostra alterazioni e quindi viene considerato utilizzabile.

 La microbiologia dell’unifeed, in termini di muffe, lieviti, spore indesiderate, la fa non più del 4% di insilato contaminato, contiguo ad aree degradate visibilmente, che finisce nel carro unifeed.

 Ma ci sono anche altre ragioni oltre a quella della contaminazione microbiologica, per far sparire i panettoni dalle trincee, e riguardano le perdite di sostanza secca della parte di insilato che riguarda il cappello.

 Le perdite di insilato per metro lineare di silo (con un silo largo 10 metri e alto 5) sono pari a 1 ettaro di raccolto ogni 10 ettari per un insilato con cappello, contro 0,4 ettari di raccolto perso ogni 10 ettari laddove la superficie della trincea è piatta e non si sono superate le pareti laterali nel carico.

Sono tonnellate di sostanza secca che vanno perdute, ma che sono state prodotte in campo con costi notevoli. Lavorazione dei terreni, concimazioni, diserbi, irrigazione: soldi e lavoro buttati, di fatto, perché si eccede nello riempimento della trincea.

 Ecco perché non si deve mai riempire la trincea oltre le pareti di contenimento laterale. La parte eccedente non sarà pressata come si deve (e i tentativi di farlo a volte sono un azzardo infortunistico al limite dell’incoscienza), le perdite di sostanza secca elevatissime, l’insilato di questa parte sarà di bassa qualità e fortemente contaminato.

 Molto meglio, procedere abbinando alla trincea sistemi di “soccorso” per la parte di insilato eccedente la capacità di contenimento della trincea: ad esempio rotoballe fasciate o compattatori, se la realizzazione di nuove trincee è eccessiva.

 Così facendo si ha solo insilato di ottima qualità e in quantità maggiore, si riducono i costi complessivi e si riducono i rischi di contaminazione del latte.

 Qualcosa che ha un riflesso diretto sui costi aziendali: secondo uno studio americano mostrato a un recente convegno (Berger e Bolsen, 2006), produrre e alimentare le bovine con insilati deteriorati comporta una diminuzione di produzione di latte che va da 0,9 a 1,4 litri, con un costo compreso tra 120 e 200 euro in meno a capo, da 12mila a 20mila euro in meno all’anno se consideriamo una stalla di 100 capi in mungitura.

Numeri indicativi, certo, ma che rendono bene l’idea: il panettone sulla trincea può essere indigesto, per la mandria e per il portafoglio.